martedì 2 febbraio 2010

RODOLFO GRAZIANI di Neghelli (1882-1955)

I Personaggi del Fascismo

RODOLFO GRAZIANI di Neghelli (1882-1955)

Il Generale Graziani: l'ultimo guerriero


Rodolfo Graziani nacque l’11 agosto 1882 a Filettino, nella Valle dell’Aniene in Provincia di Frosinone, da famiglia numerosa che lo indirizzò a studi religiosi nel Seminario di Subiaco. Rodolfo mostrò subito amore per l’avventura durante gli anni del collegio liceale. In lui si era sviluppata la tendenza alla carriera militare cancellando un eventuale Sacerdozio a cui non aveva in verità mai pensato. Non era molto attratto dalla politica.

Dal padre era comunque stato educato a saldi principj Nazionalisti e Monarchici. Per motivi economici non frequentò la scuola militare, ma preferì svolgere il servizio militare di leva nel plotone allievi ufficiali del 94° Fanteria in Roma.

Il 1° maggio 1904 fu nominato Sottotenente e destinato al 92° a Viterbo. Pur candidato a un concorso pubblico, lo disdegnò per proseguire come Ufficiale effettivo nel I Reggimento Granatieri di Roma (1906). Nel 1908 fu destinato in Eritrea, dove imparò subito l’arabo e il tigrino e si innamorò dell’Africa.

Destinato al primo battaglione coloniale con sede ad Adi Ugri, vi rimase quattro anni finché non fu morso da un serpente velenoso, il cui veleno lo fece tribolare per un anno intero. Nel 1913 sposò l’amica d’infanzia Ines Chionetti e sei mesi dopo è di stanza in Cirenaica. L’unica figlia gli nacque alla vigilia della partenza per la Grande Guerra quale Capitano. Più volte ferito, pluridecorato, promosso per meriti di guerra, citato nei bollettini militari e nei diari storici, tornò eroe, divenendo il più giovane Colonnello del Regio Esercito (36 anni, 1918).

A capo del 61° Fanteria, che egli aveva comandato in Macedonia, andò a Parma, sede Reggimentale, dove prese contatto, suo malgrado, con l’infuocato ambiente politico parmigiano dell’oltretorrente. Coi rossi e gli sbandati assunse un atteggiamento risoluto, per ricondurli all’ordine. Nell’ottobre del ’21, dopo due anni di distacco per riduzione quadri, e dopo alcuni tentativi di darsi al commercio con l’oriente, Graziani accettò la proposta, fattagli dall’allora Ministro della Guerra, di andare in Libia.

Era dalla vittoria contro i turchi del 1912 che la Libia versava in una situazione perdurante di anarchia. Graziani, destinato a Zuara, ebbe inizialmente funzioni puramente militari, ma quando le operazioni presero un raggio di grande ampiezza, divenne uno dei migliori esecutori della politica interna. Fino al 1929 egli, con il grado di Generale di Brigata, continuò ad esercitare funzioni politico-militari nella progressiva avanzata dapprima verso la Sirtica e poi verso il Fezzan, riuscendo a riconquistare tutta la regione. Nominato Vicegovernatore della Cirenaica tradusse in atto, con mano oltremodo ferma, le direttive impartitegli, riformando su nuove basi il corpo di truppe coloniali, imprimendo maggior vigore alle operazioni, stroncando ogni connivenza con i ribelli. Nel marzo 1934 il Generale Graziani consegnò al nuovo Governatore Italo Balbo una Cirenaica organizzata, pacificata ed etnicamente riordinata.

Tale operazione gli valse, da parte del Ministro delle Colonie, la citazione quale benemerito della Patria nei due rami del Parlamento. Nel frattempo, nel 1932, era stato promosso Generale di Corpo d’Armata per meriti speciali e venne destinato ad Udine. Alla fine del ’34 il Governo decise di liquidare la situazione etiopica e nel febbraio dell’anno successivo, Graziani ricevette l’ordine della sua nuova destinazione, la Somalia. Colà, come Governatore e Comandante supremo delle truppe del fronte Sud, opera brillantemente per la fondazione dell’Impero.

Il 24 maggio 1936 assume la Reggenza del Vicereame d’Etiopia, succedendo a Badoglio, e viene nominato Maresciallo d’Italia. Con vigorose operazioni afferma saldamente il nostro dominio e inizia a compiere quei grandiosi lavori pubblici, che saranno ultimati dal suo successore il Duca d’Aosta e che restano a tutt’oggi monumento delle capacità e della volontà civilizzatrice dell’Italia Fascista.

Nel 1937, durante i festeggiamenti per la nascita dell’Erede al Trono Vittorio Emanuele, Graziani subisce un grave attentato ad Addis Abeba, da cui riesce a salvarsi. Nello stesso anno cede il Vicereame al suo successore, il Duca d’Aosta. Nel 1938 viene creato Marchese di Neghelli.

Il 3 novembre ’39 viene nominato Capo di Stato Maggiore del Regio Esercito. Graziani si rese subito conto delle manchevolezze che caratterizzavano la situazione militare, parlandone apertamente a Mussolini. Vi erano deficienze in ogni campo: delle “otto milioni di bajonette, ne esistevano solo 1.300.000 e altrettanti fucili e moschetti modello 1891”. La nostra industria bellica era debole, le nostre riserve di materie strategiche e di derrate scarse. “Questo deplorevole stato di cose dipendeva formalmente dal Capo del Governo, che per lunghi anni aveva esercitato le funzioni di Ministro delle tre Forze Armate (R. Eserciro, R. Marina, R. Aeronautica, non della Milizia, ndr); ma la responsabilità oggettiva ricade su Badoglio (Capo di Stato Maggiore Generale, ndr), il quale ricopriva tale incarico fin dal 1926 ed era, per legge, il consigliere militare del Capo del Governo”.

La guerra venne dichiarata il 10 giugno del ’40 al fronte Francese. Le operazioni durarono tre giorni, ed il 24 giugno i francesi sottoscrissero l’armistizio. Ultimata la campagna, Graziani tornò a Roma, e la sera del 28, mentre era nella sua tenuta di Arcinazzo, ricevette una telefonata che gli annunciava la morte incidentale del Governatore e Comandante Superiore in Libia, Maresciallo Balbo, avvenuta a Tobruch, e l’ordine di partire subito per assumerne la successione. Gli ordini erano precisi: invadere l’Egitto, prendere Alessandria e il Canale.

Tuttavia l’offensiva, prevista per il 15 luglio, era impossibile a causa della mancanza dei mezzi più elementari non solo per combattere, ma anche per vivere nel deserto, e così egli ottenne un rinvio; ma il 25 agosto arrivava l’ordine da Mussolini di avanzare senza ulteriore indugio in Egitto. Graziani, dopo le prime sconfitte, chiese di essere esonerato da ogni incarico e lasciò la Libia l’11 febbraio 1941, isolandosi volontariamente dalla vita pubblica.

Con gli avvenimenti del 1943 e la creazione della RSI, accettò di diventare il 24 settembre Ministro e Capo di Stato Maggiore dell’Esercito Repubblicano. In tali vesti Graziani fece approvare un promemoria in cui si sosteneva l’opportunità che l’Esercito da costituire dovesse essere basato non solo sui volontari, ma anche sulla coscrizione, e costituito da grandi unità da addestrare in Germania; i quadri avrebbero dovuto essere formati tutti di Ufficiali volontari a domanda, evitando comunque ad ogni costo la guerra civile.

Sulla base di tali propositi, furono siglati accordi con il comando supremo germanico, accordi che si concretizzarono il 16 ottobre: i tedeschi si impegnarono ad armare e istruire 4 Divisioni Italiane, di cui una Alpina, e successivamente altre 4; una nona, Divisione corazzata, doveva essere composta con personale Italiano addestrato alla scuola di motorizzazione tedesca.

Tuttavia difficile fu il rapporto tra l’Esercito e la nuova milizia del PFR, Guardia Nazionale Repubblicana, che, contrariamente a ciò che era la MVSN, divenne un’unità di 150.000 uomini completamente autonoma; ad aggiungersi alla già caotica situazione militare vi furono le Brigate Nere, nelle quali furono inquadrati tutti gli iscritti al Partito che non erano ancora alle armi.

Con la sconfitta, la notte tra il 29 e il 30 aprile del 1945 il Maresciallo Graziani si arrese presso il comando del IV Corpo d’Armata americano. Dopo circa un mese di prigionia presso il campo di Cinecittà in Roma, il 12 giugno fu trasferito in aereo ad Algeri come prigioniero di guerra. Il suo periodo di prigionia in Algeria si concluse il 16 febbraio 1946 quando fu trasferito in Italia. Durante il periodo della detenzione a Procida, Graziani scrisse e pubblicò tre volumi: “Ho difeso la patria”, “Africa settentrionale 1940-41”, “Libia redenta”. Graziani fu rimesso in libertà nell’agosto del 1950 e, dopo una breve sosta a Roma, si trasferì ad Affile, nel versante romano della valle dell’Aniene.

Nel 1952 maturò l'idea di prendere parte diretta nella politica portandovi il peso della sua enorme popolarità ed il 15 ottobre chiese la tessera del Movimento Sociale Italiano entrandovi come semplice iscritto. Era tuttavia difficile, con il prestigio che lo circondava, che non divenisse punto di riferimento del partito. Accettò la Presidenza Onoraria del Movimento, insieme con il Comandante Borghese.

Ogni sua partecipazione in pubblico si tramutava in un bagno di folla entusiasta. Nei primi giorni del gennaio del 1954 si svolse a Viareggio il IV congresso nazionale del M.S.I. ed il Maresciallo, in qualità di Presidente Onorario del movimento, inviò un suo messaggio che tracciava quella che sarebbe dovuta essere la linea politica generale da seguire e gli obiettivi su cui puntare al fine di rilanciare il movimento.

Purtroppo il nobile messaggio non ebbe seguito. Profondamente deluso, il Maresciallo, si ritirò definitivamente dalla vita politica. Morì a Roma l’11 gennaio 1955.

Benito Mussolini e Rodolfo Graziani





GALEAZZO CIANO (1903-1944)

I Personaggi del Fascismo

GALEAZZO CIANO (1903-1944)
Il brillante, ambizioso, giovane politico e diplomatico, i cui gravi errori di valutazione saranno forieri di sventura per la Patria, per il Regime e per lui stesso, la cui vita si tramutò d’improvviso da fiaba in tragedia.

Figlio dell'Ammiraglio Costanzo e di Carolina, Galeazzo Ciano di Cortellazzo nacque a Livorno il 18 marzo 1903. Durante la prima guerra mondiale si trasferì con la famiglia a Venezia e poi a Genova, dove conseguì la maturità classica.

Di qui Ciano raggiunse definitivamente Roma nel 1921, in coincidenza con gli impegni politici del padre, e si iscrisse al PNF. Durante gli studi universitari fece pratica di giornalismo presso “Nuovo Paese”, “La Tribuna” e “L'Impero”. In questo periodo scrisse, senza successo, alcuni drammi teatrali. Laureatosi in legge presso l’Università di Roma nel 1925, non mostrò volontà di intraprendere la professione di avvocato, bensì la carriera diplomatica. Ebbe subito successo, iniziando una rapida carriera politica all'interno del Regime. Fu viceconsole a Rio de Janeiro, a Buenos Aires e, dal 1927, a Pechino (come Segretario di legazione).

Nel 1930 sposa Edda, figlia del Duce, divenendo Console a Shangai. Inviato straordinario e Ministro Plenipotenziario in Cina. Tornato in Italia nel giugno del 1933, è tra i componenti della delegazione italiana alla Conferenza economica di Londra. Nello stesso anno diviene Capo dell'ufficio stampa della Presidenza del Consiglio, curando personalmente la promozione e la vigilanza su stampa, editoria, radio e cinema. Trasformò quindi l'ufficio in Sottosegretariato per la stampa e la propaganda, divenuto nel 1935 Ministero.

Membro del Gran Consiglio del Fascismo dal 1935, partecipò volontario alla guerra d'Etiopia comandando la leggendaria 15° squadriglia aerea da bombardamento, detta “Disperata” in ricordo di una vecchia Squadra d'azione Fascista di Firenze, sostituito nelle funzioni di Ministro dal Sottosegretario Dino Alfieri. Ottenne due medaglie d'argento al valore. Conte di Cortellazzo dal 1936, tornò l'anno successivo a Roma come addetto all'Ambasciata presso la Santa Sede. Dimostratosi sempre più brillante e capace, nel 1936 stesso, a soli 33 anni, fu nominato Ministro degli Esteri; favorevole alle relazioni tra Italia e Germania, rilanciò la politica italiana nella zona danubiano-balcanica, nell'ottica dell’imperialismo mediterraneo.

Con l’avvio della guerra civile spagnola nel 1936, organizzò immediatamente consistenti aiuti e truppe di volontari che avrebbero aiutato valorosamente il fratello spagnolo nel cimento per giungere al trionfo della civiltà sulla barbarie marxista e repubblicana.
Dal 21 al 23 ottobre del 1936, Ciano compì la sua prima visita in Germania; dopo un primo colloquio con il collega tedesco von Neurath, a Berchtesgaden Ciano consegnò a Hitler, con una prassi inusitata in diplomazia, un dossier antitedesco preparato dal ministro degli esteri inglese Anthony Eden per il suo gabinetto e inviato a Roma dall'ambasciatore Dino Grandi, a riprova della volontà italiana di operare una scelta di campo.

Il 22 ottobre, mentre veniva firmato tra Germania e Giappone il patto Anticomintern, Ciano e Neurath concordarono un atteggiamento comune riguardo alla Spagna e agli aiuti ai patrioti Franchisti. Solo in quell’occasione il governo tedesco procedette ufficialmente al riconoscimento dell'Impero Italiano. Pochi giorni dopo, il 1° novembre, Mussolini a Milano annunciava la nascita dell'Asse Roma-Berlino.

Tuttavia, nel momento stesso in cui operava l'accostamento alla Germania, Ciano tentò di controbilanciare la mossa con una spinta della politica Italiana nell'area danubiano-balcanica.

L'11-12 novembre 1936 ebbe luogo a Vienna la prima conferenza dei Ministri degli esteri d'Italia, Austria e Ungheria che contribuì a consolidare i rapporti con quei Paesi. Alla fine del settembre del 1936 fu firmato un accordo Italo-Jugoslavo che segnava la ripresa dei rapporti economici dopo le sanzioni e il 25 marzo 1937 Ciano firmava a Belgrado accordi politici ed economici che ponevano fine, provvisoriamente, alla lunga tensione fra i due Paesi. Gli accordi di Belgrado, inoltre, sembravano isolare la Grecia, saldamente alleata della Gran Bretagna e preludere a una ripresa della tensione italo-inglese, dopo il breve riavvicinamento seguito al gentlemen's agreement, firmato da Ciano e l'ambasciatore britannico a Roma il 2 gennaio 1937, con l'impegno al reciproco rispetto degli interessi mediterranei. L'andamento controverso dei negoziati Italo-Britannici, con il mancato riconoscimento dell'Impero, convinsero Ciano e Mussolini che le demoplutocrazie occidentali potevano accettare solo il linguaggio della forza e dei fatti compiuti e contribuirono a orientare in senso filotedesco la politica italiana.

Il 6 novembre l'Italia aderì, quale membro originario, al patto Anticomintern, legandosi così anche all’Impero Nipponico. Era il sorgere del Tripartito.

Tuttavia in questo periodo, sempre decisamente in ritardo sugli eventi, Ciano manifesta i primi dubbi e le prime oscillazioni che faranno di lui, che era stato l'antesignano dell'Asse e il Gerarca oggettivamente più propenso all'alleanza Italo-Tedesca, un fiero oppositore della guerra voluta fermamente dai Tedeschi. Il 29 ottobre '37 scriveva sul Diario: “Nessuno può accusarmi di ostilità alla politica filotedesca. L'ho inaugurata io. Ma, mi domando, deve la Germania considerarsi una meta, o piuttosto un terreno di manovra?”. In effetti, la politica di avvicinamento nei confronti della Germania era stata intesa da Ciano come strumento di pressione volto a modificare l'atteggiamento delle potenze occidentali e a rafforzare il potere contrattuale dell'Italia Fascista. Ciano si accorgeva ora che l'alleanza con la Germania, da “carta di una manovra” rischiava di trasformarsi in “gabbia funesta”.

Approssimandosi chiaramente l'Anschluss dopo l’assassinio di Dolfuss, amico personale del Duce, Ciano escludeva ogni possibilità di intervento attivo che contrastasse le mire hitleriane, nonostante la profonda amicizia che legava l’Italia all’Austria. Progettava di costruire un nuovo sistema da sostituire al triangolo Roma-Vienna-Budapest, un asse orizzontale Roma-Belgrado-Budapest, più periferico, ma secondo Ciano più sicuro perché garantito dalla caratterizzazione anticomunista del nuovo capo jugoslavo Stojadinovic. Di fronte al fatto compiuto dell'Anschluss, Ciano celebrò l'avvenimento come un fattore di semplificazione nella situazione europea e di stabilità continentale.

In questo clima maturò il primo esplicito progetto di occupazione dell'Albania, chiaramente formulato da Ciano nella relazione inviata a Mussolini il 25 maggio 1938 in occasione del matrimonio di Re Zogu, al quale egli aveva assistito a Tirana. In quell'ampio documento, Ciano espresse la possibilità di cogliere i fermenti filo-Italiani albanesi per intraprendere quella politica espansionistica nei balcani, strettamente legata all’irredentismo dalmata, che avrebbe fatto dell’Italia la potenza mediterranea per eccellenza. Cogliendo l'occasione offerta dal nuovo atto di forza compiuto dalla Germania con l'occupazione di Praga, tra la fine di marzo e gli inizi di aprile del 1939, Ciano organizzò l’annessione del Regno d’Albania, già predisposta fin dall'anno precedente.

Vincendo le iniziali resistenze dello stesso Mussolini, che temeva ripercussioni sfavorevoli in Jugoslavia a favore della Germania, Ciano spedì a Tirana uno schema di trattato che imponeva ufficialmente il Protettorato Italiano, con condizioni di netta limitazione della già precaria sovranità albanese.

Di fronte alla riluttanza di Re Zogu, Ciano e Mussolini fecero presentare un nuovo testo, accompagnandolo con un ultimatum che scadeva il 6 aprile. Il giorno successivo le truppe italiane sbarcarono in Albania e procedettero senza incontrare resistenza. Il Regno d’Albania veniva ufficialmente dichiarato in unione reale e personale col Regno d’Italia e il Re Vittorio Emanuele III succedeva a Re Zogu, nel frattempo fuggito, sul Trono d’Albania.

Ciano aveva sempre considerato questa impresa come suo obiettivo personale e si legò fortemente al Popolo Albanese, col quale volle condividere onori ed oneri. In onore della moglie fece ribattezzare il porto di Santi Quaranta in Porto Edda.Vista però la costante arroganza delle demoplutocrazie occidentali, si risolse col Duce di stipulare un accordo ancor più vincolante con la Germania nazionalsocialista. La cosa maturò durante i colloqui di Milano fra Ciano ed il collega tedesco Ribbentrop del 6 e 7 maggio 1939: era il Patto d’Acciaio, incredibilmente vincolante per l’Italia, rivelatosi un errore fatale.

Allarmato dai messaggi che giungevano dall'ambasciatore Attolico, partì alla volta di Salisburgo, per sincerarsi delle reali intenzioni dell'alleato germanico di fronte all'esplodere della tensione con la Polonia. Fin dal primo incontro con Ribbentrop, Ciano si convinse che la Germania voleva la guerra e che l'avrebbe provocata in ogni modo; lo stesso Hitler confermò a chiare lettere il giorno dopo questi propositi, dando ormai per concluso il patto con l'Unione Sovietica e facendo intendere caduti quindi gli ultimi ostacoli che si frapponevano alla guerra. Dai colloqui di Salisburgo e Berchtesgaden Ciano tornò deciso a impedire a Mussolini di subire la politica di Hitler, ma in nessun caso fu prospettata la denuncia del patto con la Germania.

La decisione di non intervenire subito, a causa delle condizioni disastrose dell'armamento italiano, fu presa rapidamente; ma, per l'influsso che considerazioni di lealtà formale alla parola data avevano presso Mussolini, la decisione fu sempre prospettata come temporanea, secondo un'eventualità già prevista e ammessa da Hitler, e la questione dell'intervento italiano fu strettamente legata all'aiuto economico e militare tedesco, per mettere l'Italia in condizioni di combattere.

La via d'uscita fu trovata nella convulsa giornata del 25 agosto, quando Ciano trasmise all'ambasciatore Attolico una lista incredibilmente sproporzionata di materie prime che l'Italia chiedeva ai tedeschi come condizione per l'intervento.

Il primo settembre 1939, a ostilità ormai avviate, il Consiglio dei Ministri poteva decidere per la “non belligeranza” (formula significativamente usata al posto di “neutralità”) dell'Italia. Ciano in questo periodo si adoperò soprattutto per realizzare un allentamento della tensione con Francia e Gran Bretagna, che si rivelò propizio almeno per un'intensificazione degli scambi commerciali.

Il nuovo gabinetto formato nell'ottobre 1939 fece emergere come Ministri uomini vicini alla posizione di Ciano. La scelta della non belligeranza fu confermata anche dal Gran Consiglio del Fascismo il 7 dicembre 1939. In quell’occasione, Ciano sviluppò le argomentazioni poi ripetute pubblicamente il 16 dicembre del 1939 alla Camera dei Fasci e delle Corporazioni. In questo discorso, che costituì il documento più rilevante di questa fase della politica estera italiana, Ciano ricostruì le motivazioni che avevano indotto alla scelta compiuta, non tacendo le inadempienze tedesche, ma presentò la non belligeranza come “strettamente conforme all'intenzione di localizzare il conflitto rigidamente derivante dai Patti nonché dagli impegni collaterali esistenti fra l'Italia e la Germania”; inserì punte antisovietiche e un tono maggiormente disteso verso le potenze occidentali.

Sul piano pratico, non veniva presa nessun'altra scelta che non fosse quella del proseguimento della non belligeranza connessa sempre con la riaffermata disponibilità a battersi a fianco dell'alleato al momento più opportuno. La decisione dell'intervento maturò nel marzo 1940 e fu definita negli incontri con Ribbentrop a Roma e con Hitler al Brennero ai quali Ciano fu presente.

Col passare delle settimane e col susseguirsi dei successi tedeschi, sembrò convincersi della inevitabilità della vittoria del Reich. Accettati passivamente i termini della soluzione armistiziale con la Francia imposti dai tedeschi, Ciano si dedicò alla preparazione dell’offensiva Italiana in Grecia, trascurando colpevolmente l’Impero e il “Piano Mediterraneo” proposto dal Duca d’Aosta, e promuovendo una guerra parallela a quella svolta dall’alleato germanico.

Nella riunione del 15 ottobre '40 Ciano, insieme a Mussolini e ai Generali Badoglio, Soddu, Jacomoni, Roatta e Visconti Prasca predispose i particolari dell’offensiva. L'operazione, presto fallita e tramutatasi in disfatta, segnò, con il successivo intervento risolutore delle forze armate tedesche, la fine di ogni illusione di guerra parallela e l'inizio della definitiva e consapevole subalternità Italiana alla guerra hitleriana.

Tra il marzo e l'aprile del 1941, Ciano accettò con favore la sistemazione balcanica predisposta dai tedeschi, oggettivamente per noi molto positiva. Essa riservava all’Italia: l’annessione di gran parte della Slovenia, la redenzione di buona parte della Dalmazia, la formazione di un Regno Croato soggetto all’influenza Italiana con l’insediamento al Trono del Principe Sabaudo Aimone d’Aosta (che assunse il nome di Tomislao II), la ricostituzione del Regno del Montenegro pure sotto influenza Italiana, l’ampliamento delle frontiere del Regno d’Albania a danno della Grecia, la riduzione della Jugoslavia praticamente alla sola Serbia.

Sul fronte occidentale si fece strada il sogno di ritornare alla Patria il Nizzardo, la Savoia e la Corsica, già parzialmente occupate. In questa fase Ciano si adoperò, senza successo, per coinvolgere la Spagna Franchista nella guerra.

Durante il colloquio veneziano con Ribbentrop del 15 giugno fu chiaramente edotto del peggioramento delle relazioni tedesco-sovietiche e della ormai probabile e prossima offensiva contro la tirannide bolscevica; nonostante ciò, la notizia della nuova gigantesca operazione militare tedesca colse impreparato il Governo Italiano.

Ciano non prese parte alla successiva definizione della politica estera nel nuovo quadro determinato dalla campagna di Russia, in quanto dalla fine di luglio alla seconda decade di settembre si assentò dal Ministero per motivi di salute. Pur partecipando a nuovi colloqui di aggiornamento sulla situazione militare con i dirigenti tedeschi, la sua attività politica e diplomatica apparve, nel corso di tutto il 1942, molto ridotta. La subalternità alla politica tedesca aveva posto il Governo Fascista in una situazione senza vie d'uscita, aggravata dalle nuove sconfitte militari che cominciavano ormai a coinvolgere tutte le forze dell'Asse e a rendere quanto mai prossima e prevedibile la prospettiva di uno sbarco angloamericano nella penisola.

Nel febbraio 1943, all'interno di una situazione militare ormai insostenibile, si assisteva ad un nuovo cambio di gabinetto ed il sesto Governo Mussolini poneva al dicastero degli Esteri il Duce stesso. Ciano chiedeva e otteneva la nomina ad Ambasciatore presso il Vaticano, che gli consentiva di restare in contatto con la vita politica della capitale e di avere rapporti con i rappresentanti delle potenze occidentali (“un posto di riposo, che però può lasciare adito a molte possibilità per l'avvenire”, annotava nel Diario).

Dopo lo sbarco angloamericano in Sicilia, fu informato della volontà della maggioranza dei membri del Gran Consiglio di sfiduciare Mussolini. Il pomeriggio del 23 luglio 1943 aderì all'iniziativa e collaborò con Grandi e Bottai alla stesura definitiva del testo. Pensava allora a una possibile lista di successione che comprendesse i tre, da rimettere, secondo le procedure costituzionali, al Re. Nella seduta del 25 luglio, Ciano intervenne al fianco di Grandi, senza polemizzare con Mussolini, ma svolgendo argomentazioni di politica estera che retrospettivamente ricostruivano le inadempienze dei tedeschi nei confronti delle clausole dell'alleanza, per vincere la riluttanza di molti altri ad impugnarla. Il problema è che queste accuse alla politica estera passata dell’Italia non potevano non apparire come autoaccuse, in quanto gravi responsabilità per come erano state gestite le cose l’aveva proprio lui, Ciano. L'ordine del giorno Grandi fu comunque approvato con 19 voti favorevoli, fra cui quello di Ciano.

Colto alla sprovvista dal colpo di stato badogliano, tentò senza successo di ottenere il passaporto per la Spagna, dove gli era stato assicurato asilo politico; spaventato si risolse a chiedere, contraddittoriamente, l'aiuto ai tedeschi per l'espatrio. Il 27 agosto Ciano e la famiglia furono fatti fuggire dal servizio segreto tedesco e trasportati in Germania.

Dopo l'armistizio di Cassibile e la successiva costituzione della RSI, il nome di Ciano fu incluso nella lista dei traditori che i repubblichini volevano giustiziare per il voto del Gran consiglio; anche i tedeschi fecero pressione in tal senso.
Nonostante il miglioramento dei rapporti tra Ciano e Mussolini, grazie anche all'intercessione di Edda, il 19 ottobre Ciano fu trasferito da Monaco a Verona, dove fu consegnato alla polizia della RSI e rinchiuso nel carcere degli Scalzi.

Il processo, svoltosi in condizioni di assoluta illegalità e arbitrio giuridico, si concluse con la sua condanna a morte.

Dopo un vano tentativo a opera della moglie di scambiare la sua vita con la consegna dei suoi Diari, al cui possesso i nazisti tenevano molto per evitare il contraccolpo sul piano propagandistico che la loro pubblicazione avrebbe probabilmente suscitato, la mattina dell'11 gennaio 1944 Ciano veniva fucilato alla schiena nel poligono di tiro della fortezza di San Procolo, a Verona.

Galeazzo Ciano ricordato da Giuseppe Bottai





(1903-1944)



























lunedì 1 febbraio 2010

GIUSEPPE BOTTAI (1895-1959)

I Personaggi del Fascismo



GIUSEPPE BOTTAI (1895-1959)

Il fascista intellettuale che tentò di tradurre nella pratica l'Ideale.

Giuseppe Bottai nacque il 3 settembre 1895 a Roma da una famiglia di origine toscana. Il padre, Luigi, è un commerciante di vini; la madre è di origine spezzina e si chiama Elena. Il padre appartiene a una corrente filosofica agnostica, atea e repubblicana. Infatti viene battezzato segretamente da una balia e riuscirà a fare la Prima Comunione solo da adulto.

Oppresso dalla filosofia negativa del padre, si avvicina al Cattolicesimo e agli ideali Risorgimentali Monarchici. Superati brillantemente gli studi liceali al Torquato Tasso di Roma, si iscrive alla Facoltà di Giurisprudenza e si laurea. Nel 1915 parte volontario per la guerra scegliendo il mitico reparto degli Arditi. Pluridecorato, egli è già un intellettuale, “un belligerante che vuol vivere le radiose giornate di maggio”.

Al ritorno frequentando proprio questo ambiente entra nella corrente di Marinetti, collaborando e scrivendo qualche articolo su “Roma futurista”.

Nel 1919 incontrando Mussolini per la prima volta ne ricava una forte impressione, iniziando a collaborare al “Popolo d’Italia”. Nel suo diario, pubblicato nel 1949, scriverà: “...mi colpì la singolarità dei suoi modi.

Non so quale grandezza, non fisica soltanto di quelle membra; una vitalità non contenuta, che imprimeva ai suoi gesti più semplici e ordinari...un'ampiezza smisurata. (...) Mi incontrai e la mia vita fu decisa con quella di una intera generazione”. Intellettuale, poeta, redattore ormai affermato del “Popolo d’Italia”, reduce, ex Ardito, è tra i fondatori del Fascio Romano.

Grande organizzatore, partecipa alla Marcia su Roma, capeggiando a Tivoli le colonne formate nel Lazio, nelle Marche e in Abruzzo; durante la Rivoluzione si scontrò con notevole audacia contro i rossi del Quartiere San Lorenzo.

Quando Mussolini scende a Roma per incontrarsi con il Re, Bottai gli è accanto e si fa portavoce della volontà normalizzatrice e legalizzatrice del Fascismo. Da questo momento egli osteggerà in tutti i modi gli estremisti alla Farinacci, tentando di conquistare al Fascismo anche le simpatie dei liberali.

Zelante, coltissimo ed intelligentissimo, contribuirà grandemente a costruire l’apparato ideologico del Partito e del Governo, con tante idee e iniziative. Alle elezioni politiche del ’24, come già del ’21, è il candidato numero uno del Fascismo nel “blocco” che si presenta a Roma, ma la sua elezione è invalidata a causa dell’età (non ha ancora i 30 anni richiesti).

Bottai è tra i sostenitori della grande coalizione con i popolari e dei patti di pacificazione con i socialisti: “(…) la riforma del Fascismo, è una necessità doverosa ed urgente per tutti noi, ed è quella di inserire il Fascismo (...) nel corso della concreta realtà storica italiana".

Grande intellettuale, inizia la sua opera di definizione dell’Ideale Fascista, raccogliendo tutte le aspettative, gli apporti, i contributi, in collaborazione col Duce, con Gentile, con Grandi e con tutti i principali fondatori del Fascismo. Si deve in gran parte a lui la definizione dell'identità e della prospettiva ideologica e la formazione di una nuova classe dirigente.

Bottai mostra la volontà di costruire un Partito in qualche modo Aristocratico, che rappresenti le migliori istanze d’Italia, aperto a tutti i contributi della società e degli individui. Già nel 1923 crea con Massimo Rocca una corrente propria che ha un suo organo di stampa: “Critica Fascista”. La volontà è chiara: una critica al Fascismo per costruire il Fascismo. Nel 1924 in una conferenza cerca di definire a cosa mira con queste parole: “movimento di reazione critica alla mentalità ed ai principii della rivoluzione francese”. Cita Hegel, Sorel, Oriani, Corradini e lo “Stato etico” di Gentile. Bottai voleva insomma organizzare uno stato nuovo, duttile e moderno. Diede subito spazio ad intellettuali anche di estrazione opposta alla sua, quali ad esempio Don Romolo Murri ed a giovani come Guido Carli e Valerio Zincone, animatori dei nobilissimi Littoriali della Cultura e dell'Arte di cui proprio Bottai divenne patrocinatore, giovani ai quali egli sempre sarebbe stato attento nel progetto del loro inserimento nella realtà del Partito.

Tuttavia, accusato dal Direttorio del Partito di essere “uscito di carreggiata”, viene sospeso con Rocca dal Partito (maggio 1924). Mentre il fatto per Rocca significherà un’eclissi definitiva, per Bottai diventa invece motivo di sfida, tanto che egli rientra subito nel Partito con più seguito di prima. E dal suo genio politico e sociale prende forma il Corporativismo, ideale sociale del Fascismo. In esso Bottai vede la possibilità di una mediazione dei conflitti di classe e una pacificazione sociale, realizzando in pratica la teoria Fascista; Mussolini, entusiasta di ciò, lo considererà d’ora in poi primo intellettuale del Regime.

Eletto Deputato, entrato nel Gran Consiglio del Fascismo, nominato prima Sottosegretario (1926-29) e poi Ministro (1929-32) delle Corporazioni, attua l'ordinamento Corporativo dello Stato Fascista e redige la Carta del Lavoro (21 aprile 1927), documenti basilari dell’Idea Fascista.

Durante l’eccelsa costruzione del sistema Corporativo Nazionale, Bottai diventa nel 1930 Professore di politica ed economia corporativa a Pisa, fondando e poi dirigendo la Scuola di perfezionamento di scienze corporative. Nel 1931 contribuisce alla creazione dell’Istituto di Mistica Fascista, con sede a Milano, il cui scopo fu la sempre più affinata elaborazione dell'ideologia Fascista. Tuttavia l’Istituto non ebbe mai il “decollo” che Bottai si attendeva. Promosse inoltre l'esposizione E42 e la costruzione del quartiere EUR. Divenne quindi Presidente dell’Istituto Nazionale Fascista di Previdenza Sociale (INFPS) (1932-35), sostituendo poi De Vecchi il 22 novembre 1936 al Ministero dell'Educazione Nazionale, dove rimase fino al 5 febbraio 1943.

In tal Ministero profuse attivismo e ardore, con l’eccellente riforma della scuola media inferiore sulla scia di ciò che già s’era compiuto con Gentile, compiendo una corretta e lodevole Fascistizzazione della scuola intesa in senso etico e sociale. Tuttavia non reagì alle leggi razziali (1938), penalizzanti per diversi studenti ebrei, attenendosi semplicemente alle direttive di governo. Al 1939 risale la presentazione della Carta della Scuola.

Nel 1940 fondò la rivista “Primato”, che potè vantare nelle sue fila il meglio della cultura dell'epoca: Nicola Abbagnano, Michelangelo Antonioni, Giulio Carlo Argan, Dino Buzzati, Carlo Emilio Gadda, Leo Longanesi, Eugenio Montale, Indro Montanelli, Cesare Pavese, Giaime Pintor, Vasco Pratolini, Salvatore Quasimodo, Luigi Salvatorelli, Emilio Sereni, Giuseppe Ungaretti, per citare solo i più famosi.

Ma con la guerra i rapporti con Mussolini precipitarono, in quanto Bottai accusò espressamente il Duce di esser diventato un subalterno di Hitler. Destituito dal suo Ministero nel 1943, votò la sfiducia a Mussolini il 25 luglio, rifugiandosi subito in Vaticano. Condannato a morte in contumacia dal Tribunale di Verona (1944), reagì arruolandosi volontario nella Legione Straniera e combattendo valorosamente i tedeschi.

Tornato in Italia dopo l'amnistia, fondò nel 1953 la rivista di critica politica “A.B.C.”, molto tagliente nei confronti dei vizi e delle corruzioni già evidenti nello stato antifascista appena sorto. Scrisse: “Gli intellettuali italiani avrebbero potuto portare un contributo all'educazione politica dei loro compatrioti... visto che non lo fanno loro, bisognerà che un giorno un politico, che con essi abbia avuto qualche commercio, dica dell'incapacità della società letteraria, o più genericamente artistica, italiana a fondersi nella più ampia società civile, a circolarvi con disinvoltura, a esercitarvi il suo officio e, quasi per istinto di difesa, del suo gettarsi in politica agli estremi: talché ai fascistissimi di ieri corrispondono i democraticissimi di oggi. Con la stessa mancanza di serietà”. Tra i suoi interessantissimi scritti: “Vent'anni e un giorno” (1949); “Diario 1935 – 1945”, citato sovente come una delle testimonianze storiche più importanti dell’epoca. Morì a Roma nel 1959.

(1895-1959)


ACHILLE STARACE (1889-1945)

I Personaggi del Fascismo


ACHILLE STARACE (1889-1945)

Il gerarca gran cerimoniere del regime, meritevole per la promozione di un corretto "modus vivendi", a fronte però di una grave esplosione retorica.

Achille Starace nacque a Sannicola di Gallipoli in Provincia di Lecce il 18 agosto 1889 da un’agiata famiglia di commercianti di vino ed olio. Studente non particolarmente brillante, nel 1905 si reca a Venezia per frequentare l’Istituto di Ragionieria. Quivi si sposa appena ventenne (1909) con Ines Massari, ponendo però la residenza di famiglia a Gallipoli. Frequentato il Corso Allievi Ufficiali nei Bersaglieri (1910), si congeda prima della guerra di Libia.

Sempre in Veneto si dedica, come il padre, al commercio di vini, ma allo scoppio della Grande Guerra conosce e aderisce all’interventismo Mussoliniano e si arruola volontario. Combatté valorosamente distinguendosi subito per molti atti di coraggio e ottenendo una medaglia d’argento al valor militare, quattro di bronzo e diverse croci di guerra. Viene così promosso sul campo a Tenente e si congeda come Capitano.

Nel dopoguerra, divenuto Mussoliniano di ferro, è posto a capo dello Squadrismo tridentino, conducendo una vasta campagna propagandistica coadiuvato da Farinacci. Presidente del congresso di Bologna che nel gennaio 1922 vide la nascita della Confederazione delle Corporazioni Sindacali Fasciste, partecipò alla Marcia su Roma. Fu Commissario Politico del Gran Consiglio del Fascismo nel 1923.

Nel 1924 viene eletto Deputato, nel 1926 è alla Vicesegreteria del Partito e diventa Luogotenente Generale della Milizia, entrando nel Gran Consiglio del Fascismo.

Giunge alla ribalta negli anni ’30 divenendo Segretario Generale del Partito Nazionale Fascista (1931-1939), promovendo una rinnovellata importanza politica della carica. In tale veste si fa carico in prima persona dell’inquadramento delle masse e della diffusione dello spirito e dell’etica Fascista. In quegli anni fu uno dei Gerarchi più importanti del Regno e fu il principale organizzatore delle adunate oceaniche e delle grandi manifestazioni del Regime.

Sua l’introduzione del cosiddetto “sabato Fascista”, giorno dedicato alle manifestazioni pubbliche del Regime e di tutto il Popolo d’Italia, unito nel Fascismo, nonché all’attività sportiva ed alla ginnastica (sabato ginnico). ‘E inoltre lui il cerimoniere delle manifestazioni e delle adunate, codificandone minuziosamente l’etichetta.

‘E ancora lui l’inventore e il realizzatore di motti, saluti e di tutto uno stile che diventerà tipico e caratterizzante (dal saluto al Duce perfettamente codificato, al “voi” Fascista, dalle parate dell’Impero alla divisa d’orbace). Sotto la sua guida il Partito divenne un organo d’importanza sempre maggiore nella vita pubblica.

Questa impostazione ebbe da un lato molti grandi meriti, dall’altro alcuni difetti oggettivi. Tra i grandi meriti si annoverano: la difesa della lingua e della cultura Italiana con l’importantissima lotta per la purezza della lingua, contro le parole straniere od errate; la diffusione, anche con l’esempio, delle corrette pratiche igienico-sanitarie comprensive della promozione sportiva; l’istituzione delle Colonie marine e montane nonché delle Scuole rurali per i ragazzi, con il famoso “cambio d’aria” che tanta salute portò in ispecie alle popolazioni delle regioni povere.

Tra i difetti oggettivi di quest’impostazione si trova invece un notevole eccesso di vuota retorica e di demagogia, a fronte di una scarsa reale diffusione dell’etica Fascista.

Con lo scoppio della Guerra d’Etiopia s’arruola volontario ed è posto al comando della mitica colonna celere, di cui lascerà scritte le memorie nel celeberrimo libro “La Marcia su Gondar”. Ottiene una nuova medaglia d'argento al valor militare.

Favorevole alle leggi razziali (1938), si allinea senza discutere all’alleanza con la Germania. Il 31 ottobre 1939 Starace viene sostituito da Muti alla Segreteria del Partito e diventa Comandante e Capo di Stato Maggiore della MVSN. Con la guerra di Grecia dell'ottobre del 40 è in prima linea al comando della Milizia, ma, dopo numerose sconfitte, rassegna le dimissioni.

Si ritira quindi dalla vita pubblica, rinunciando a tutte le cariche e conducendo vita schiva e spartana. Con l’avvento della RSI, si trasferisce a Milano, disponibile ad un eventuale chiamata del Duce. Tuttavia i tedeschi e gli stessi Repubblichini non si fidano di lui e lo confinano a Lumezzane, nel Bresciano, dal giugno al settembre del 1944, quando torna nel suo appartamento milanese.

Il 28 aprile 1945, tre giorni dopo la fuga di Mussolini da Milano, mentre in tuta da ginnastica fa la solita corsa mattutina in strada, assolutamente ignaro della sorte del Capo, viene apostrofato da un gruppo di uomini, che quasi scherzando gli urlano “dove vai Starace?”; al che egli risponde “vado a prendere un caffè”. Ma purtroppo si tratta di banditaglie partigiane, che lo rapiscono trascinandolo in una scuola vicina per organizzargli un processo farsa e assassinarlo barbaramente e altrettanto barbaramente condurlo allo scempio di Piazzale Loreto.


STARACE IL MASTINO DELLA RIVOLUZIONE

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STARACE IL MASTINO DELLA RIVOLUZIONE

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(1889-1945)




domenica 31 gennaio 2010

ITALO BALBO (1896-1940)

I Personaggi del Fascismo



ITALO BALBO (1896-1940)

Giovane ardito della Grande Guerra, vivace organizzatore dello Squadrismo e del Fascismo, Quadrumviro della Marcia su Roma in rappresentanza dell’ala squadrista. Eroe delle trasvolate oceaniche e simbolo dell’orgoglio nazionale italiano tra gli anni ’20 e ’30, perisce all’inizio della seconda guerra mondiale in un grave quanto assurdo incidente aereo.


Italo Balbo nasce a Quartesana di Ferrara il 6 giugno 1896, da famiglia borghese. Giovanotto allegro, alto, magro e robusto portò sin da giovane una caratteristica barbetta a pizzo. Interventista convinto, allo scoppio della Grande Guerra si arruolò inizialmente nei reparti ciclisti e poi nell’8° reggimento degli Alpini (1915-18), lasciando momentaneamente l’Università. Al fronte fondò il giornale di trincea L'Alpino, che diventerà la testata ufficiale dell’Associazione nazionale delle penne nere.

Tornò dalla Guerra Vittoriosa con i gradi di Capitano, raggiunti per successive promozioni, e con due medaglie d'argento e una di bronzo al valor militare. Aveva combattuto eroicamente, interpretando appieno lo spirito dell’arditismo; nell'azione guerresca aveva portato il suo fervore patriottico, il suo slancio interventistico e l'ardimentosa natura del suo temperamento. Fu infatti tra i promotori della figliolanza ideale dello Squadrismo postbellico rispetto all’Arditismo della guerra.

Dopo l'esperienza di guerra, conseguì a Firenze la laurea in Scienze politiche e sociali, dimostrandosi subito interessato alla politica d’azione, così come all’azione si era abituato in trincea.

Avvicinatosi all’ideale nazionalistico repubblicano e massonico, aderì al Fascismo, iscrivendosi già nel 1919 al Fascio di Firenze. Abbandonata la massoneria, tornò a Ferrara nel 1920 trovandosi di fronte ad uno dei campi di battaglia politico-sociale più accesi, con scorribande continue perpetrate dalle leghe rosse e popolazione agraria in difficoltà.

Balbo era coraggioso, decorato, esuberante e imperativo e divenne tosto il capo indiscusso delle Squadre Fasciste locali, conquistandosi la fiducia della popolazione rurale. Balbo intraprese immediatamente la lotta contro il sindacalismo socialista della Bassa padana, organizzando assalti e operazioni di difesa dalle leghe rosse, dalle camere del lavoro e financo dai municipi rossi. La sua squadra si chiamava “Celibano”, traduzione in dialetto ferrarese nientemeno che del “cherry-brandy”, bevanda preferita da Balbo e tipica del loro caffè, il “Situzz”. Il suo calore e il suo sprezzo del pericolo gli conquistarono seguito sempre più largo e la sua fama correva tutta la Bassa.

Tra le sue ardite imprese squadriste del 1921-22 si ricordano: le incursioni contro gli antifascisti di Goro, di Mesola, di Copparo, di Massafiscaglia, di Poggiorenatico; tra il 24 e il 25 marzo 1921, alla testa di 4000 uomini armati, l'assalto a Portomaggiore, occupando e tenendo il paese come un capitano di ventura; la spedizione punitiva contro Ravenna; la battaglia dell’estate del ’22 contro i socialisti di Oltretorrente a Parma, dove non riuscì a sfondare; l’assalto al Castello Estense di Ferrara; le operazioni di supporto ai Camerati di Venezia, Bologna e Milano.

In particolare il primo giugno 1922 capeggiò col suo già fraterno amico Dino Grandi una specie di “marcia su Bologna”, che fu un prologo della Marcia su Roma e che si concluse con la destituzione del Prefetto.

Il 16 ottobre 1922 Balbo si incontra all'Hòtel du Parc di Bordighera con De Vecchi e De Bono, per gettare le basi dell'azione rivoluzionaria nella Capitale. In questa occasione conosce l’anziana Regina Margherita, che li invita a colazione esortandoli ad agire. Profondamente colpito dall’acume mostrato dalla Regina Madre, inizia ad abbandonare l’ideale repubblicano e a legarsi alla Casa Reale, riconoscendo alfine l’insostituibile ruolo della Monarchia. Nominato, con De Bono, Bianchi e De Vecchi, Quadrumviro in rappresentanza dello Squadrismo, conduce al trionfo la Rivoluzione, muovendo da Perugia all’Urbe.

Dopo la vittoria, resta dei più intransigenti. Costituita la MVSN (1923), Balbo, a soli ventisette anni, ne è subito uno dei quattro Ispettori Generali, con Gandolfo, Igliori e Perrone Compagni, nonché Comandante Generale.

Intanto comincia ad interessarsi sempre più all’aeronautica, che nel 1923 il Vicecomissario Aldo Finzi aveva contribuito a trasformare in Arma dell’Esercito (Regia Aeronautica). Il Commissariato viene trasformato in Ministero dell’Aeronautica, alla guida del quale si pone lo stesso Duce, che nel novembre del 1926 lo chiama quale Sottosegretario, nella cui veste intrattiene importanti relazioni col Principe Ereditario Umberto, di cui diviene amico di ferro. Da allora si dedica, con frenetico attivismo, allo sviluppo dell'arma aerea, una passione che lo rende presto famoso in tutto il mondo e che lo porta nel 1929 ad essere nominato prima Generale di Squadra Aerea, poi Ministro stesso dell'Aeronautica.

Come Ministro, Balbo promuove subito la costituzione di organi indipendenti: il centro studi di Montecelio, diretto dall'ingegner Guidoni, per coordinare e promuovere lo sviluppo aeronautico, e la scuola di Alta velocità, a Desenzano del Garda. Partono così i primi voli di un certo rilievo, ma le aspettative di uno sviluppo efficiente e poderoso dell’arma aerea si infrangono presto con la realtà: aerei da caccia e bombardieri con velocità limitate, parco di veicoli da combattimento ancora arretrato.

Tuttavia si riesce ad organizzare una trasvolata atlantica con uno stormo di idrovolanti. Per lo scopo Balbo seleziona i migliori piloti provenienti dalla scuola di Navigazione Aerea d'Alto Mare, diretta dal Maggiore Ulisse Longo, e li addestra egli stesso al volo cieco e alla pratica delle comunicazioni radio.

Il 17 dicembre 1930 decollano da Orbetello dodici idrovolanti S. 55 adattati per il volo oceanico, con l'appoggio di cinque cacciatorpediniere. Dopo le prime difficoltà, dovute al cattivo funzionamento dei motori Fiat, undici aerei riescono, il 15 gennaio 1931, ad ammarare a Rio de Janeiro, dopo aver percorso diecimila chilometri. L’impresa riesce e ciò sprona Balbo a mettere allo studio nientemeno che un giro del mondo, da effettuarsi nel 1932, nel quadro delle manifestazioni per la celebrazione del Decennale della Marcia su Roma.

Il progetto però viene bloccato dalla guerra sino-giapponese che preclude i cieli dell'estremo oriente e dall'arrivo dell'onda lunga della recessione americana. Balbo è costretto a cambiare obiettivo e ad organizzare una trasvolata ugualmente notevole, la Orbetello - Chicago - New York – Ostia. Lungo il percorso vengono dislocate sei baleniere, due vedette e due sommergibili, e tre stazioni meteorologiche, appositamente allestite in Groenlandia, pronte a fornire agli equipaggi, via radio, i bollettini necessari. Il 7 luglio 1933 decollano da Orbetello venticinque S. 55, muniti di due motori Isotta Fraschini da 930 HP. Dopo il sorvolo delle Alpi, le mete successive sono in Islanda, in Canada, per ammarare infine a Chicago e successivamente a New York, dove ai piloti e a Balbo stesso viene riservato un trionfo senza precedenti a Broadway.

Balbo entra così nella leggenda, ricevendo anche gli onori del Duce che lo premia col grado supremo di Maresciallo dell'Aria e con un trionfo Romano. Il 26 novembre del 1933 Balbo viene nominato Governatore della Libia e in tale veste avvia la trasformazione della Colonia in regione a tutti gli effetti, con 4 Province (Tripoli, Bengasi, Misurata, Derna) e un Territorio Desertico direttamente amministrato dal Governo Nazionale.

Con la partecipazione alla guerra civile spagnola si assiste alla prima sfida per i piloti Italiani, che a bordo dei velivoli da caccia Fiat C.R. 42 Falco e Fiat C.R. 32, senza radio a bordo, senza corazzature, senza una cabina chiusa e con scarso armamento, diventano anche oggetto di gravi incidenti, come quello capitato al Capitano Ernesto Botto, che il 12 ottobre del 1937, ai comandi di un C.R. 32 sui cieli di Saragozza, si imbatte in uno scontro con un caccia sovietico, dal quale riesce ad uscire vivo seppur mutilato di una gamba. In suo onore la 32° Squadriglia Caccia prende il nome di Gamba di Ferro. L’audacia e l’intelligenza dei nostri piloti si deve in gran parte all’opera di Balbo.

La guerra in Spagna è un banco di prova per la nostra aeronautica, che di lì a poco, affronta anche il secondo conflitto mondiale avendo come armamento principale solo il coraggio e l’abilità dei piloti, alla guida delle famose “vacche”, soprannome dei SM 79, 80, 81, 82.

Ostilissimo all’avvicinamento alla Germania, alle leggi razziali e all’entrata in guerra, si erge a vero e proprio difensore della comunità ebraica d’Italia. Tuttavia una grave sciagura colpisce l’Italia: il 18 giugno 1940, ad appena 18 giorni dall’ingresso dell’Italia in guerra, per un fatale e assurdo errore la contraerea italiana centra in pieno l’aereo di Italo Balbo che non era impegnato in nessuna missione, ma solo in un volo di ricognizione nei cieli africani, privando l’Italia di uno dei suo figli più forti, più arditi, più devoti.

Il Generale Balbo eroe delle trasvolate oceaniche e simbolo dell’orgoglio nazionale italiano



(1896-1940)

sabato 30 gennaio 2010

LUIGI FEDERZONI (1878-1967)

I Personaggi del Fascismo



LUIGI FEDERZONI (1878-1967)

Di nobile famiglia, Luigi Federzoni nasce a Bologna il 27 settembre 1878, figlio di Giovanni, Professore d’Italiano e studioso di Dante, ed Elvira. Eccellente studente, dopo aver frequentato il Liceo si iscrive all’Università della sua città, dove conosce Carducci, e in breve tempo riesce a laurearsi in Lettere e poco dopo in Giurisprudenza (1900).
Giovinetto, si appassiona alla letteratura e alla pittura; scrive romanzi, opere teatrali e dipinge. Accantonata la passione artistica, intraprende l’attività di giornalista e sposa Luisa Melotti Ferri, detta Gina. Nei suoi primi scritti giornalistici, svolti nei principali giornali nazionali, Federzoni si fa promotore di un’unificazione di tutte le molteplici tendenze nazionalistiche che in quei primi anni del nuovo secolo andavano formandosi. Federzoni fu il primo ad intravedere che un compattamento di queste forze per certi versi ancora molto eterogenee avrebbe creato le basi per un grande movimento di massa. Questo impegnativo lavoro culminò nel 1910, quando Federzoni riuscì a costituire l’Associazione Nazionalista Italiana (ANI) in cui ritrovansi quegli uomini appartenenti un po’ a tutte le anime del composito nazionalismo italiano, che in seguito avrebbero trovato compiutezza nel Fascismo.

Tra questi vi erano nazionalisti della sinistra storica crispiana, nazionalisti della destra storica, nazionalisti Cattolici, ognuno con le sue esperienze e i propri principî, ma tutti accomunati da quella volontà di cambiamento nazionalista che col suo impeto avrebbe dovuto “rimodellare” l’intera Nazione. Queste premesse portarono alla stesura di un programma comune. Nel 1911 Federzoni fonda il giornale L’Idea Nazionale, che diventa subito il punto d’incontro e di dibattito tra tutte le correnti del nazionalismo Italiano, auspicando il passaggio dall'associazionismo alla fondazione vera e propria di un Partito Nazionalista. Questo processo fu lungo e laborioso e in particolare si attuò col convegno di Roma del 1912, che proclamò l'interventismo in Libia, e con quello di Milano del 1914, con cui l’associazione divenne definitivamente Partito Nazionalista. Intanto già nel 1913 Federzoni era stato eletto Deputato, primo esponente nazionalista a giungere alla Camera. In quegli anni la nuova cultura che si era sviluppata attorno a riviste quali Il Regno e La Voce, con i suoi Verga, De Amicis, Rapisardi, De Sanctis, D’Annunzio, Pascoli, Pirandello, Borgese, Marinetti, Gentile, Croce si ritrovò largamente coinvolta nel nuovo progetto nazionale e lo stesso Federzoni ebbe numerosi contatti con tutte queste personalità. Federzoni contribuisce a superare il “dibattito negativo”, limitato alla critica del positivismo, della democrazia, del liberalismo, del socialismo materialista, per trasformarlo in “dibattito positivo”, con l’individuazione cioè di obiettivi, metodi e strumenti sociali e politici.

Tra i fautori di questa trasformazione troviamo, accanto al Federzoni, Enrico Corradini con tutti coloro che si ritrovarono intorno al giornale L’Idea Nazionale e cioè Maraviglia, Coppola, Forges Davanzati e dal 1914, Alfredo Rocco, il celebre giurista del futuro Codice Penale. Il presupposto sociale che Federzoni individua è quello dell'unione fra “élite di classe”: élite proletaria, borghese, aristocratica. In particolare si assiste ad una volontà di rigenerare l’intera classe borghese, il cui compito politico primario appare ora quello di sostituire le vecchie élite borghesi decadenti del trasformismo giolittiano e di opporsi fieramente all’avanzata marxista.

Da questa impostazione derivavano sia la supremazia della politica estera sulla politica interna, sia il bisogno di uno Stato forte, disciplinato, che trovava i suoi simboli unificanti nella Monarchia e nell’Esercito.

Le ricadute ideali e politiche di questa impostazione non erano di poco conto. La definizione dell’apparato ideologico del partito, condusse a superare il semplice patriottismo e ad abbandonare vecchi baluardi del Risorgimento come l’anticlericalismo e il liberalismo economico, ritenuto prodotto dell’individualismo, figlio, quindi, della stessa pianta da cui nasceva il socialismo. Proprio in quest’ottica vanno interpretate alcune defezioni dal partito, avvenute tra il 1911 e il 1914, giudicate necessarie da Federzoni: uscì dal partito Sighele, che voleva ridurre il nazionalismo all’irredentismo; se ne andarono Arcari, Rivalta e Valli, capifila dell’associazionismo e del vecchio nazionalismo anticlericale di stampo risorgimentale; se ne uscì l’intera ala liberale, confluita poi nel liberalismo giolittiano.

Dopo il successo alle politiche del 1913, il partito di Federzoni conquista numerosi seggi alle elezioni amministrative del 1914. Con lo scoppio della Grande Guerra il Partito Nazionalista è in prima fila nella campagna interventista e Federzoni sprona con dibattiti tutto il mondo culturale all’intervento. Col 24 Maggio del ’15 Federzoni parte volontario nell’esercito combattendo per quasi tutto il quadriennio e ottenendo una medaglia d'argento al valore militare.

Dopo la Vittoria, contemporaneamente alla nascita delle Camicie Nere Fasciste, anche Federzoni decide di costituire un gruppo paramilitare che funga da braccio armato del Partito Nazionalista: sono le Camicie Azzurre, che giunsero nel 1922 al numero di 30.000 unità ed ebbero l'azzurro dal colore della Real Casa; il loro motto fu “sempre pronti” e l'inno “Fiamma Azzurra”, il cui ritornello suona: Noi giuriam con viva gioia/ di combattere e morire/ per l'azzurro dei Savoia/ per l'Italia e per il Re.

Durante i turbolenti anni del primo dopoguerra si assiste al lento e talora contrastante avvicinamento tra il Nazionalismo di Federzoni e il Fascismo di Mussolini. Tuttavia già dalla comune lotta interventista, enorme rimaneva lo jato fra il concetto mussoliniano di guerra rivoluzionaria e quello federzoniano di guerra imperialista. Di un vero e proprio problema di rapporti fra Fascismo e Nazionalismo, pertanto, si può parlare fino al 1921, quando si attua la svolta decisiva nell'azione che porterà alla Marcia su Roma. Infatti con le elezioni che portano in Parlamento 35 deputati Fascisti eletti nei Blocchi Nazionali e col congresso Fascista dell’Augusteo, del novembre 1921, si certifica la definitiva alleanza di ferro del Fascismo col Nazionalismo, di Mussolini con Federzoni.

Tuttavia a porre per primo il problema di una fusione tra i due movimenti non fu né Mussolini né Federzoni, bensì il futuro Quadrumviro Cesare De Vecchi nel corso di un’intervista rilasciata all’Idea Nazionale il 16 novembre 1921.

Federzoni, dal canto suo, raccolse la proposta sottolineando però che: “primo: i nazionalisti sono fermamente Monarchici mentre i Fascisti sono ancora agnostici; secondo: nonostante le sue straordinarie benemerenze, il Fascismo non ha ancora acquistato vera consistenza e organicità di partito politico e non potrà farlo che identificandosi col nostro Nazionalismo”. Così l'altro esponente nazionalista di spicco, il siciliano Prof. Francesco Ercole che, sempre nel 1921 nel suo articolo “Contro un’affrettata fusione”, rimarcava i pericoli che scaturivano dalla ancora presente mancanza Fascista di “una concezione etica e integrale della vita”. Da parte Fascista, il 2 febbraio 1922, in un articolo sul Popolo d’Italia intitolato "Per intenderci", a Federzoni ed Ercole rispondeva Dino Grandi, capovolgendone le tesi: non era il Fascismo che doveva identificarsi col Nazionalismo, ma, al contrario, era questo che doveva modificarsi e venire sulle posizioni del Fascismo: “Mentre il Nazionalismo è nato dalla elaborazione dottrinaria per giungere alla negazione pratica, si potrebbe quasi dire che il Fascismo è nato dalla negazione dottrinaria, per giungere all’elaborazione pratica.

In un periodo storico che afferma l’incontrastato dominio delle grandi correnti popolari, ieri assenti, ed oggi quanto mai volitive, presenti e chiamate ad operare entro i partiti, il Fascismo altro non può essere se non l’espressione di questa grande realtà storica”. Federzoni rimase assai colpito dall’articolo di Grandi e ne parlò con Mussolini, il quale, dopo un’iniziale cautela, accoglierà totalmente le tesi grandiane.

Intanto il 23 Marzo 1922 Federzoni diventava Vicepresidente della Camera dei Deputati. Avvicinandosi la Marcia su Roma, l'unione dei movimenti si accelera. Federzoni, parlando al Lirico di Milano il 15 ottobre 1922, ribadì l’assoluta e imprescindibile importanza della difesa della Monarchia, la necessità di un governo “in una parola di reazione”, ottenibile anche con una Rivoluzione. Poco dopo al Teatro San Carlo di Napoli analogo discorso teneva Mussolini, ribadendo “assoluta fedeltà e dedizione a Casa Savoia”. Lo stesso giorno, sempre a Milano, con tempismo non casuale, si teneva una riunione delle Camicie Azzurre sull’atteggiamento da tenere se i Fascisti fossero passati all’azione. Le Camicie Azzurre risolsero subito: “affianco alle Camicie Nere”.

Con la gloriosa Marcia su Roma del 28 Ottobre 1922, ove Camicie Nere e Camicie Azzurre compirono insieme la Rivoluzione, furono ultimate le ultime formalità per la fusione e nel 1923 le Camicie Azzurre confluivano nelle Camicie Nere e nella MVSN, col preciso compito della difesa del Regime Fascista indissolubilmente legato a Casa Savoia. Tutta la dirigenza del Partito Nazionalista confluiva nel PNF, rivestendone subito importanti cariche. In particolare Federzoni fu subito ammesso al neonato Gran Consiglio del Fascismo.

Il 31 Ottobre 1922 Federzoni, dimessosi da Vicepresidente della Camera, entra nel primo governo Mussolini quale Ministro delle Colonie (31 ottobre 1922-17 giugno 1924), per poi diventare nel secondo gabinetto Ministro dell'Interno (17 giugno 1924-6 novembre 1926) e nuovamente Ministro delle Colonie (6 novembre 1926-18 dicembre 1928). In tali vesti ottiene importanti successi in particolare nell’opera di normalizzazione seguita alla Rivoluzione e durante la “crisi Matteotti”. Nei primi mesi del 1927 Federzoni, da poco tornato al dicastero delle Colonie, inizia a scrivere i suoi Diari, preziosa autobiografia, ove annota puntualmente, ora per ora, le proprie giornate, i propri incontri, le proprie impressioni. Ne emerge un quadro interessante e talvolta ironico e malinconico sulla difficoltà dell’azione di governo, constatando come la scorrettezza di un solo uomo possa talora capovolgere la correttezza di molti uomini. In questo suo secondo mandato alle Colonie, Federzoni si occupa del riassetto amministrativo della Libia, in vista di una sua piena adesione al Regno d’Italia come regione vera e propria.

Tuttavia dai suoi Diari si nota una certa insofferenza per lo scarso zelo con cui fu accolto il progetto di legge: “ho l'impressione che nessuno (…) si sia reso conto dell'importanza storica e del significato di novità di questa legge, rispetto alla posizione dell'Italia nel Mediterraneo”. Il 22 Novembre del 1928 Federzoni è nominato Senatore del Regno. Del Senato diventa Presidente il 29 aprile 1929, diventando la terza carica del Regno per circa 10 anni, fino al 2 marzo del 1939. In tale veste assurge a grandissimo prestigio, anche internazionale.

Incrementa in modo impressionante la sua attività culturale, diventando Presidente dell'Istituto di Studi Romani (1929-1931), Presidente della Società anonima letteraria Nuova Antologia (1931), Socio nazionale dell'Accademia dei Lincei (6 maggio 1935-4 gennaio 1946), Presidente dell'Istituto Fascista dell'Africa Italiana (1937-1940), Presidente dell'Istituto dell'Enciclopedia Italiana (17 marzo 1938-6 ottobre 1943), Presidente dell'Accademia d'Italia (1938-1943) dopo Marconi e D’Annunzio. Tra le sue attività in Senato si segnalano la Presidenza della Commissione per il Regolamento Interno, nella cui veste contribuisce a dar sempre maggior lustro all’Alta Camera, e la partecipazione alla Commissione dell'Educazione Nazionale e della Cultura Popolare dal 1939 al 1943.

Grande ruolo ebbe inoltre Federzoni come Consigliere di S. M. il Re e come intermediario nei rapporti col Vaticano, sia nell'avvio del processo di Conciliazione e di ratifica del Concordato, in particolare grazie ai suoi contatti con Mons. Luigi Haver, sia in seguito per dirimere i problemi sorti circa l’associazionismo Cattolico. In questo periodo intraprende numerosi viaggi nel mondo, abbinando la politica al viaggio di piacere. In particolare in Germania ha un interessante incontro col neo-cancelliere Hitler.

Ecco il ritratto che ne fa nei suoi Diari: “È un tipo franco, vivace, dai capelli neri impomatati, con una ciocca quasi napoleonica sulla fronte. Porta i baffetti neri tagliati a spazzola e ridotti alla minima estensione sotto il naso. Parla gesticolando, e con un accento incisivo e perentorio. La figura fisica e il modo di fare sono assai piú dell'austriaco che del tedesco. Mostra un'assoluta sicurezza di sé. Piú che un demagogo, mi sembra un allucinato, ma comprendo come, anche perché tale, egli possa magnetizzare le folle. Possiede un'inarrestabile abbondanza di parole (...) Egli dice, in sostanza, che per i nazionalsocialisti il problema non è la lotta per la conquista del potere ma l'azione costruttiva dopo tale conquista (...). Sulla prossima vittoria dei nazionalsocialisti Hitler non ha dubbi”,Ostilissimo alle leggi razziali, considerate totalmente estranee alla Nazione ed eticamente errate, si stupì di come, nonostante la manifesta opposizione della maggioranza dei gerarchi e dei parlamentari, esse avessero comunque ottenuto l’avvallo necessario per la promulgazione; in proposito ebbe violenti scontri con Farinacci e iniziò a manifestare i primi dissidi col Duce. Fieramente contrario all’alleanza con la Germania e alla partecipazione alla guerra, si scontrò apertamente con Mussolini, ma rimase inascoltato. Risoltosi ad appoggiare un cambio di governo, fu tra i promotori dell’ordine del giorno Grandi del 25 luglio 1943.

Chiuso improvvisamente il Senato per decreto del nuovo Presidente del Consiglio Badoglio, si ritirò presso l’Ambasciata portoghese del Vaticano, da dove si scagliò violentemente contro la neonata Repubblica Sociale Italiana e Mussolini, da lui definito “traditore dell’idea”. Condannato a morte in contumacia al processo di Verona del 1944, rimase in Vaticano fino al 1947, dedicandosi alla stesura di libri e memoriali, tra cui: Memorie inutili della famiglia Federzoni, curiosissima raccolta di avvenimenti giovanili apparentemente insignificanti, ma ricchi di morale; Le memorie di un condannato a morte, che fu in seguito ampliato dall’autore quale Italia di ieri per la storia di domani, lucida e drammatica analisi degli avvenimenti dal settembre 1943 al giugno 1944: in esso Federzoni si scaglia contro i repubblichini e afferma che laddove per Mussolini egli, con gli altri, rappresentava il traditore, per lui era Mussolini che, con la sua politica demagogica e con l'aver trascinato l'Italia nell'avventura bellica, aveva tradito i presupposti su cui tutti loro avevano costruito il Fascismo e nei quali avevano creduto, poiché questo falso Fascismo degli ultimi anni “non attuò, bensí sciupò, travisò e infirmò, con una volgarizzazione superficiale di tono demagogico, un organismo di idee in cui era un'essenza classica di ordine, di giustizia e di grandezza morale”, e ancora “Dal canto mio, alla vigilia della Marcia su Roma, l'8 ottobre 1922, parlando al Lirico di Milano in nome dei miei amici, avevo francamente indicato a quali condizioni i nazionalisti avrebbero assecondato un'eventuale azione di governo dei Fascisti: rafforzamento dell'autorità dello Stato sopra i partiti; impero assoluto della legge; riconoscimento della Monarchia come presidio fondamentale dell'unità e continuità della Nazione; tutela dei valori religiosi ed etici; elevazione materiale e morale dei lavoratori, accompagnata a ferma difesa dell'ordine sociale; indirizzo economico e finanziario antidemagogico.

Avrò torto; ma io sono rimasto ligio a quei principî, nei quali allora pareva che tutti convenissimo”. Senza mezzi termini Federzoni afferma che era stato proprio Mussolini “ad aver contribuito per il 90 per cento al collasso dell'Esercito, con la sua opera incompetente e incoerente di Ministro delle Forze Armate per oltre quattordici anni e poi di comandante supremo in guerra, e ad aver portato il paese alla disfatta”. Ed era proprio questo che non gli veniva perdonato e che aveva portato i 19 membri del Gran Consiglio, la maggioranza, ad esautorarlo e molti altri a negargli la fiducia che gli avevano dato per vent'anni.

In questa posizione, Federzoni riassume in sé in modo veemente l'atteggiamento di quella classe politica e intellettuale che aveva creduto nel Fascismo e accusava Mussolini di “aver dilapidato follemente il patrimonio dell'unità, dell'indipendenza e della potenza d'Italia, formato con lo sforzo secolare della Nazione; il patrimonio che egli stesso, nei primi anni del suo governo aveva accresciuto e perfezionato”. Un patrimonio che era stato talmente disperso dalla disastrosa condotta della guerra da portare gli italiani, e Federzoni in prima persona, addirittura all’odio totale verso i repubblichini e i tedeschi ed a sperare in una loro sconfitta totale.

Mentre Mussolini finiva “la sua carriera come mercante di schiavi, lasciando che i tedeschi rastrellino ragazzi per il loro esercito. (…) Si pone all'Italia il problema di risorgere: bisogna che gli Italiani, senza dipartirsi dalla loro silenziosa discrezione, si facciano nuovamente conoscere e stimare, ossia dimostrino di essere, come possono essere, un popolo serio, un popolo che sa ancora vigorosamente combattere per una giusta causa: il popolo del Piave e di Vittorio Veneto”. Questo diario esprime il travaglio di una generazione che aveva visto crollare definitivamente i propri ideali e che ora si interrogava sul proprio futuro.

Da questo punto di vista, Federzoni sembrerebbe apprezzare le mosse dei partiti antifascisti e perfino dei comunisti, a cominciare da Togliatti e dal suo appello affinché si cessasse di rivendicare l'abdicazione del Re: con questa richiesta si poneva “termine e rimedio alle inconcludenti diatribe dei vecchi antifascisti ed ex-fuorusciti, esasperati dai loro asti settari, inchiodati alle loro negative posizioni dottrinarie”. Federzoni intuiva che una politica di pacificazione e “ogni cooperazione”, “compresa questa dei comunisti”, potevano essere una soluzione per il futuro del paese: questo perché ad esso, all'indomani della guerra, si sarebbero poste due alternative: “O l'Italia avrà ritrovato nei nuovi cimenti il vigore spirituale che essa destò in sé venticinque anni or sono, e vincerà anche la minaccia del sovvertimento interno; o avrà fallito pure quest'altra prova, e dovrà correre l'alea di diventare, come la nascente Jugoslavia, un pianeta un po' piú grosso del sistema di cui Mosca è il sole”.

Le vicende personali dell'ex terza carica del Regno, condannato all'ergastolo dall'Alta Corte di giustizia nel maggio 1945, avrebbero tuttavia esasperato l'astio nei confronti dei nuovi partiti al governo del paese e annullato ogni sentimento di conciliazione: il fatto di aver subito due condanne antitetiche (la condanna a morte al processo di Verona per tradimento del Fascismo e quella all'ergastolo dell'Alta Corte per essere uno dei massimi esponenti del Fascismo stesso), lo “specialissimo accanimento di autorevoli antifascisti, succeduto immediatamente alla spietata persecuzione mussoliniana”, lo portavano a vedere nel proprio caso personale “un riflesso sia pur minimo dell'atroce marasma di questa Italia che non trova pace neppure con sé stessa, avendo ricevuto in eredità dalla guerra maledetta la discordia, che oggi pare insanabile, dei suoi figli”. Che erano i motivi per i quali, all'indomani del comunicato del mandato di cattura contro di sé e altri gerarchi del settembre 1944, aveva deciso di non costituirsi: “non ho alcuna fiducia - scriveva in una lettera per Bonomi - nell'imparzialità del giudizio che dovrei affrontare”, dato “il preconcetto della mia reità, proclamata prima e all'in fuori d'ogni conoscenza dei dati di fatto”. In un Memoriale difensivo del luglio 1944 rivendicava la sua ligia posizione di “Fascista degli ideali e della buona fede”, opposto ai fascisti della convenienza o del fanatismo servile, capeggiati da Pavolini e Farinacci.

Disgustato anche dai partiti antifascisti ora al potere, nel 1947 Federzoni lascia il Vaticano per il Brasile, ma torna in Italia per difendersi dalla condanna in contumacia a 30 anni subita dall’Alta Corte per il giudizio dei reati fascisti; viene così amnistiato nel dicembre dello steso anno. Nella sua deposizione, in cui si scaglia violentemente contro i comunisti, ribadisce tra l’altro la totale estraneità della Monarchia ai fatti del 25 luglio 1943: “il crollo di Mussolini e del Fascismo è avvenuto per il voto del Gran Consiglio. Contrariamente a quanto è stato piú volte raccontato (...) Dino Grandi e io, promotori del voto, agimmo di nostra spontanea iniziativa, all'infuori di qualsiasi inspirazione della Corte o dello Stato Maggiore. (...) Per parecchi anni il compianto Italo Balbo, io e - compatibilmente con la sua continua assenza dall'Italia - Dino Grandi eravamo stati chiamati i «frondeurs» del Gran consiglio, chiaramente avversi all'indirizzo totalitario della politica interna e a quello filonazista della politica estera. (...) Nel luglio 1943 un certo rinnovamento apportato di recente alla composizione del Governo e, per riflesso, in quella del Gran Consiglio, mediante l'immissione di elementi ottimi, come De Marsico, Pareschi, Bastianini, Albini e altri, e principalmente l'impressione di sgomento prodotta dai disastri della guerra, autorizzava la speranza che un voto di biasimo dei funesti errori politici e militari che li avevano causati potesse finalmente raccogliere una maggioranza.

E cosí, infatti, avvenne”, nella speranza di una purificazione del Fascismo. Stabilitosi definitivamente a Roma negli anni ’50, Federzoni proseguì la propria attività letteraria, appoggiando politicamente il Partito Democratico Italiano di Unità Monarchica (PDIUM), senza tuttavia impegnarsi più nella politica attiva. Morì a Roma il 24 Gennaio del 1967 all’età di 88 anni.

(1878-1967)

venerdì 29 gennaio 2010

DINO GRANDI (1895-1988)

I personaggi del Fascismo


DINO GRANDI (1895-1988)

Dino Grandi nacque il 4 giugno 1895 a Mordano

in Provincia di Bologna, da una famiglia schiettamente contadina. Il padre amministratore di una grande tenuta, era un ex seminarista divenuto nel tempo anticlericale e liberalmonarchico di stampo risorgimentale; tra le amicizie del padre si annoverava il famoso Andrea Costa, primo socialista ad entrare in Parlamento.

Nonostante l'anticlericalismo paterno, Dino Grandi si avvicinò giovanissimo alle strutture ecclesiastiche diventando assiduo frequentatore della parrocchia. Da giovinetto si recò a Ferrara per frequentare il liceo. Quivi conobbe e si entusiasmò degli scritti di D'Annunzio e Marinetti; le sue letture preferite erano Croce e Nietzsche; con la sua educazione religiosa si avvicinò agli ideali del socialismo cristiano di Murri. Finito il liceo nel 1913, indeciso inizialmente tra le facoltà di medicina e di lettere, si risolve alfine per giurisprudenza, a Bologna.

Voce principale dell'interventismo rivoluzionario universitario bolognese, il diciannovenne Grandi inizia una intensa attività giornalistica entrando nella redazione del Resto del Carlino, su richiesta di Nello Quilici, amico di Italo Balbo. Il Quilici lo apprezza tanto che lo chiama a Roma come giornalista parlamentare.

Nella capitale è il periodo dei grandi fermenti politici, che affascinano il ventenne Grandi, il quale, rientrato a Ferrara nel 1915, pronuncia un memorabile discorso interventista davanti al monumento di Garibaldi, indossando una camicia rossa garibaldina, e invocando la “guerra di redenzione”. Anche lui come tanti socialisti rivoluzionari, crede che la guerra porterà finalmente alla vera Rivoluzione antiliberale. Conosce per la prima volta Mussolini e come lui parte volontario, lasciando gli studi, arruolandosi nello stesso corpo alpino di Balbo. In guerra dimostra un notevole eroismo e le sue gesta lo portano alla promozione sul campo a capitano ed al conferimento di una medaglia d'argento e due croci di guerra. Dopo la Vittoria si congeda e si trasferisce ad Imola riprendendo gli studi.

Ripresa l'attività politica come socialista rivoluzionario (1918-19), rimane scontento del disfattismo del partito socialista e si risolve di unirsi a Mussolini nella fondazione dei Fasci di Combattimento (1919). Nel frattempo termina i suoi studi con la laurea in legge con una tesi in economia politica, “La Società delle Nazioni e il libero scambio”. Mussolini ne comprende l'abilità organizzativa e lo nomina organizzatore dello squadrismo bolognese. La sua guida porta a questo squadrismo una connotazione agraria marcatamente antisocialista. La sua azione si rivolge soprattutto contro le Camere del Lavoro, accusate di essere la sede della coercizione forzata dei lavoratori: alla violenza socialista perpetrata contro i contadini e gli agrari, Grandi risponde con l'organizzazione degli assalti di difesa dello squadrismo; col “santo manganello” riesce a ristabilire ordine e disciplina nelle campagne bolognesi, così come Balbo riuscì a fare nel ferrarese; diventato un eroe del mondo agrario locale viene eletto Deputato nel maggio del '21; tuttavia non avendo ancora l'età richiesta per l'elezione (30 anni; lui ne ha ancora soltanto 26!), viene sostituito da un collega più vecchio.

Continua pertanto ad essere la guida delle organizzazioni sindacali contadine Fasciste con prospettive rivoluzionarie antiborghesi. Accolse freddamente il patto di pacificazione voluto da Mussolini con le forze avverse e depose suo malgrado il "santo di legno": a Mussolini disse: “Con il patto i rossi rialzano la cresta!”. Il giovane Grandi espresse questo suo pensiero in un articolo dell'Assalto il 6 agosto 1921, contestando la nuova linea morbida e ribadendo che l'orda rossa doveva essere piegata ad ogni costo. Mussolini gli risponde tre giorni dopo sul Popolo d'Italia esigendo un chiarimento ed affermando che la Rivoluzione necessitava di un momento di tranquillità che preludesse alla vittoria finale, mettendo in conto anche una eventuale scissione dall'ala oltranzista di Grandi e perfino le dimissioni dal Movimento dei Fasci.

Il 16 agosto del 1921 Grandi riunisce l'ala oltranzista a Bologna, che decide all'unanimità di chiedere a Mussolini la rescissione del patto; Mussolini risponde con le dimissioni dalla commissione esecutiva dei Fasci. Di fronte a tale inaspettata crisi Grandi e Balbo si rivolgono a D'Annunzio sperando in un suo intervento pacificatore. Al congresso Fascista di Roma del novembre '21 si paventa una scissione, ma Grandi nel suo discorso si dimostra disponibile al compromesso e propone a Mussolini alcuni punti di accordo, ribadendo però la sua contrarietà al patto di pacificazione. Mussolini risponde accettando le condizioni di Grandi: con la fine del congresso, che si temeva sancisse una scissione, il Fascismo si ritrova unito più che mai e trasformato a grande maggioranza da movimento a Partito, con alla guida, lui, Benito Mussolini, il futuro Duce. Dentro il nuovo partito Grandi emerge subito come inaspettato moderatore dei rivoluzionari romagnoli.

Alla vigilia della Rivoluzione del '22, insieme a De Vecchi e Federzoni si reca a Roma per organizzare le squadre e viene nominato da Mussolini Capo di Stato Maggiore dei Quadrumviri. In tale veste è tra gli organizzatori della trionfale Marcia su Roma. Contrario come Bianchi a una coalizione con i popolari, propone in un articolo sul Popolo d'Italia del 12 Gennaio 1923 una soluzione "tecnica" con un gabinetto "apartitico", soluzione però non accettata da gran parte del Partito. Rifiuta perciò di diventare Ministro del nuovo governo. Eletto Deputato del PNF nel 1924, Grandi diventa subito Vicepresidente della Camera, ad appena 29 anni; nello stesso anno si sposa con l'ereditiera Antonietta Brizzi, sua conterranea, che gli porta una cospicua dote. Questa donna, colta e bellissima, sarà un'eccellente moglie, che accompagnerà Grandi nella sua futura attività diplomatica.

Con la vicenda del delitto Matteotti del giugno '24, Grandi è tra gli artefici dell'opera di rassicurazione dell'opinione pubblica e degli ambienti moderati. Nel nuovo governo, il Duce gli affida la carica di Sottosegretario agli Interni, e, nel maggio del '25, di Sottosegretario agli Esteri, carica che terrà per quattro anni, in cui tra l'altro, imparerà perfettamente la lingua inglese ed entrerà in contatto col mondo britannico.

Il 12 settembre del 1929 Grandi diventa Ministro degli Esteri in una fase molto delicata, e ancor più delicata quando in ottobre il mondo entra in crisi dopo il ben noto crollo di Wall Street. E' il momento in cui occorre rilanciare l'iniziativa italiana e soprattutto il Fascismo, che ora, con l'America in crisi, l'Inghilterra isolazionista, la Russia nel terrore comunista e la Germania sull'orlo del baratro, è il sistema economico e politico che tutti guardano come modello. Nella sua veste di Ministro degli Esteri, Grandi denota la sua eccezionale abilità diplomatica e contribuisce all'ottima immagine dell'Italia Fascista nel mondo di quegli anni.

I rapporti che imposta Grandi con i vari Stati sono ottimi. Riesce addirittura ad imbastire buoni rapporti commerciali nientemeno che con i sovietici. L'obiettivo di Grandi è di puntare al mantenimento e al consolidamento di una pace in Europa, ed è molto realista. Disse una volta, profetico: “una guerra oggi fra le Nazioni d'Europa altro non si risolverebbe se non in una immane catastrofica guerra civile, in un vero e proprio tramonto e suicidio del nostro vecchio e glorioso continente”. Inoltre è realista sull'Italia bellica e sull'Italia politica: “Il Paese è ricco di uomini, ma è povero di risorse, e non può ancora permettersi il lusso di competere con le grandi potenze sulla preparazione bellica”. E ancora: “Bisogna impegnarsi coraggiosamente in una politica di pace, volta al disarmo e alla collaborazione internazionale. L'Italia può conquistare un suo ruolo specifico e decisivo nel contesto europeo e porre così le condizioni per far valere le proprie storiche rivendicazioni (...) fino a condizionare la politica estera non soltanto in Africa o sul Mar Rosso, ma anche su un più vasto terreno internazionale, in Europa e nei rapporti intercorrenti con la Francia e l'Inghilterra.

Non dobbiamo parificarci adesso nei loro confronti come grande potenza, nè possiamo imporlo, ma creare le condizioni per arrivare a confrontarci: questo lo possiamo fare. Il problema sarà quello di creare un ruolo stabile nel contesto internazionale, dobbiamo darci delle direttive di fondo e ispirarci all'azione. Una potrebbe essere quella di fare dell'Italia l'arbitro della situazione europea, l'ago della bilancia”. Mai nessun Ministro degli Esteri fu così lungimirante; il 2 ottobre 1930 disse: “La Nazione italiana non è ancora abbastanza potente, politicamente, militarmente ed economicamente, da potersi considerare come una nazione protagonista della vita europea.

Ma la Nazione italiana è già tuttavia abbastanza forte per costituire col suo apporto politico e militare il peso determinante alla vittoria dell'uno o dell'altro dei protagonisti del dramma europeo, che prima o dopo esploderà. Posizione quindi di forza e di prestigio, posizione aperta a tutte le possibilità nel futuro a condizione beninteso che l'Italia rimanga libera di scegliere il proprio posto in caso di conflitto a seconda di quelli che essa giudicherà al momento opportuno essere esclusivamente i suoi vitali interessi nazionali”. Durante una riunione della Società delle Nazioni, il 31 agosto del 1930, già aveva scritto un appunto ancor più determinato al Duce, citando Machiavelli: “Il tempo lavora per noi. Noi saremo arbitri della guerra. Ma dobbiamo prendere più alta quota possibile nella politica continentale europea. Fare della diplomazia e dell'intrigo, applicare Machiavelli un po' più di quello che non abbiamo fatto finora.

Il Trattato di Locarno è un pezzo di carta inventato dalla democrazia, può diventare nelle nostre mani la biscia che morde il ciarlatano. Con tutti e contro tutti...". Grandi ripeterà le stesse cose nell'ottobre del 1931 al Gran Consiglio. Eppure molti lo accuseranno di pacifismo e disarmismo. Nella sua azione, Grandi cerca di mettere in difficoltà la Francia, che da tempo è arrogante e si crede egemone in Europa; "Se riusciamo a far questo sarà la stessa Francia a cercare accordi con noi". Ed è per questo che Grandi insiste sulla rivalutazione della Società delle Nazioni; lui mira a farla diventare una comunità di eguali che si misurano unicamente sul prestigio e sulla forza politica. Operando così, Grandi spiazzò tutti gli antifascisti che accusavano il Fascismo, aprioristicamente e in malafede, di essere bellicista. Inoltre questa politica di Grandi rafforzò le già buone relazioni con la Gran Bretagna. Non solo, ma dagli stessi Stati Uniti, quando Grandi nel novembre del '31 volò a incontrare il presidente Hoover, ricevette molti apprezzamenti e la politica del Fascismo in Europa e nel mondo iniziò ad avere un credito universale.

Sebbene Grandi operi diplomaticamente con queste idee costruttive, la Francia non demorde, e anche se lo stesso Grandi ha smascherato a Londra la scarsa volontà della Francia al disarmo, ottiene solo una moratoria nella costruzione di nuove armi per un anno; ma il fastidio e le ostilità di fondo rimangono. La Francia rimane ostile all'Italia a prescindere da tutto, poiché troppo la infastidisce avere un vicino potente.

Intanto si affaccia sulla scena la Germania di Hitler, assurto al potere nel '33, con le sue richieste di annullamento delle riparazioni di guerra e di riscossa dalle umiliazioni subite a Versaglia. Di fronte a un riarmo improvviso di Francia e Germania, sfuma così il sogno di disarmo di Grandi. Quando Mussolini inizia a guardare con interesse alla Germania, lo fa, di concerto con Grandi, con lo scopo di rendere l'Italia il famoso ago della bilancia. A questo punto Grandi, dimessosi da Ministro degli Esteri, viene inviato come Ambasciatore a Londra, dove resterà per sette anni, mantenendo ottimi rapporti con gli inglesi, alternandosi fra mondanità e politica. Sette anni eccellenti in quanto a diplomazia, nonostante l'impresa dell'Italia in Etiopia, malvista e boicottata dai britannici, nonostante le inique Sanzioni e la guerra civile spagnola. Grandi fa il possibile perché Albione ragioni e “non faccia il vile gioco della Francia”, ma l'attrito cresce di anno in anno. Questo immenso sforzo diplomatico gli viene riconosciuto dal Duce e dal Re, che lo crea nel 1939 Conte di Mordano. Con la Firma del Patto d'Acciaio, che Grandi definì assurdo, inizia un grave attrito con Mussolini e Ciano. Grandi continua una diplomazia ormai sterile con Gran Bretagna, Russia e Francia.

Essendo ormai rotti i rapporti con la Gran Bretagna, Grandi viene nel Luglio del 1939 richiamato dal Re in Italia e viene nominato Ministro della Giustizia, Guardasigilli e Presidente della Camera dei Fasci e delle Corporazioni (la quarta carica del Regno).

In settembre scoppia la guerra in Polonia: Grandi affronta Mussolini e lo consiglia di denunciare il Patto d'Acciaio e di riprendere contatti con la Gran Bretagna. Egli teme che l'Italia, intervenendo a fianco della Germania, cadrà nel baratro. Grandi è soddisfatto quando Mussolini si risolve per la non belligeranza. Tuttavia non riesce ad evitare la dichiarazione di guerra del 1940. Per evitare comunque che nasca subito una divisione politica, il Presidente Grandi pronuncia alla Camera un discorso dai toni aggressivi e bellofili. All'apertura del fronte greco, Grandi decide di partire volontario (caso unico per un Presidente della Camera) e tocca con mano la totale impreparazione militare non solo di mezzi ed è costretto a vedere nei comandi tanta superficialità e tante accuse reciproche.

Intelligente com'è, Grandi forse è l'unico a rendersi conto pienamente della gravità della situazione. Dirà in seguito nelle sue lunghe memorie suddivise in due libri (“25 luglio, quarant'anni dopo” e “Il mio Paese”): “i fatti erano quelli e piuttosto chiari”, ammettendo di aver meditato ed abbozzato già allora il famoso ordine del giorno del 25 luglio 1943. I tedeschi chiamati in aiuto salvarono momentaneamente la situazione in Grecia, ma quando Grandi rientrò a Roma nell'aprile del 1941 era totalmente scoraggiato e scrisse all’incirca: “ne ho viste tante in sei mesi: la nostra totale impreparazione, l'arroganza tedesca; vidi liquidare Badoglio come capro espiatorio da un impreparato come Farinacci, che pur avendo tante responsabilità, non era certo l'unico colpevole”. Grandi decide di esprimere tali e tante perplessità al Duce stesso, che però non gli presta ascolto, e al Re, che gli confida semplicemente di non sapere che fare.

Dopo un mese c'è l'invasione tedesca alla Russia e Grandi decide di dedicarsi al suo compito di Ministro della Giustizia: in tale veste, avvalendosi della collaborazione dei maggiori esperti di diritto procede alla riforma dei codici di Procedura Civile, del Codice di Navigazione e del Codice Civile, ultimato brillantemente nel 1942; contrario alle leggi razziali sin dal ‘38, ottiene che non siano inserite nel Codice Civile, ma restino nella legislazione transitoria ordinaria. Viene insignito nel marzo del 1943 del Collare della SS. Annunziata. Precipitando gli eventi, si risolve all'azione: ormai deluso da un Mussolini, a suo giudizio ormai privo di volontà e succubo di Hitler, redige l'ordine del giorno che determina la caduta del Regime nel luglio del 1943; nel caos generale che ne segue si rifugia all'estero (Portogallo, Brasile, Spagna), presso i numerosi Ambasciatori che aveva conosciuto nella sua lunga attività diplomatica, rifiutando di partecipare a qualunque governo. Condannato a morte in contumacia prima dal tribunale di Verona del 1944 e in seguito dai tribunali partigiani gappisti, torna in Italia dopo l'amnistia nel 1946.

Nei quarant'anni che seguirono si dedicò privatamente al giornalismo e alla scrittura di libri di memorie, difendendo il suo operato dagli attacchi da un lato dei rossi, dall'altro dei reduci Repubblichini, proclamando di aver agito sempre secondo coscienza per il bene dell'Italia. Gli fu anche proposto di ricandidarsi alla Camera, ma rifiutò costantemente.Morì a Bologna il 21 maggio 1988 vicino alla ragguardevole età di 93 anni.

(1895-1988)