domenica 31 gennaio 2010

ITALO BALBO (1896-1940)

I Personaggi del Fascismo



ITALO BALBO (1896-1940)

Giovane ardito della Grande Guerra, vivace organizzatore dello Squadrismo e del Fascismo, Quadrumviro della Marcia su Roma in rappresentanza dell’ala squadrista. Eroe delle trasvolate oceaniche e simbolo dell’orgoglio nazionale italiano tra gli anni ’20 e ’30, perisce all’inizio della seconda guerra mondiale in un grave quanto assurdo incidente aereo.


Italo Balbo nasce a Quartesana di Ferrara il 6 giugno 1896, da famiglia borghese. Giovanotto allegro, alto, magro e robusto portò sin da giovane una caratteristica barbetta a pizzo. Interventista convinto, allo scoppio della Grande Guerra si arruolò inizialmente nei reparti ciclisti e poi nell’8° reggimento degli Alpini (1915-18), lasciando momentaneamente l’Università. Al fronte fondò il giornale di trincea L'Alpino, che diventerà la testata ufficiale dell’Associazione nazionale delle penne nere.

Tornò dalla Guerra Vittoriosa con i gradi di Capitano, raggiunti per successive promozioni, e con due medaglie d'argento e una di bronzo al valor militare. Aveva combattuto eroicamente, interpretando appieno lo spirito dell’arditismo; nell'azione guerresca aveva portato il suo fervore patriottico, il suo slancio interventistico e l'ardimentosa natura del suo temperamento. Fu infatti tra i promotori della figliolanza ideale dello Squadrismo postbellico rispetto all’Arditismo della guerra.

Dopo l'esperienza di guerra, conseguì a Firenze la laurea in Scienze politiche e sociali, dimostrandosi subito interessato alla politica d’azione, così come all’azione si era abituato in trincea.

Avvicinatosi all’ideale nazionalistico repubblicano e massonico, aderì al Fascismo, iscrivendosi già nel 1919 al Fascio di Firenze. Abbandonata la massoneria, tornò a Ferrara nel 1920 trovandosi di fronte ad uno dei campi di battaglia politico-sociale più accesi, con scorribande continue perpetrate dalle leghe rosse e popolazione agraria in difficoltà.

Balbo era coraggioso, decorato, esuberante e imperativo e divenne tosto il capo indiscusso delle Squadre Fasciste locali, conquistandosi la fiducia della popolazione rurale. Balbo intraprese immediatamente la lotta contro il sindacalismo socialista della Bassa padana, organizzando assalti e operazioni di difesa dalle leghe rosse, dalle camere del lavoro e financo dai municipi rossi. La sua squadra si chiamava “Celibano”, traduzione in dialetto ferrarese nientemeno che del “cherry-brandy”, bevanda preferita da Balbo e tipica del loro caffè, il “Situzz”. Il suo calore e il suo sprezzo del pericolo gli conquistarono seguito sempre più largo e la sua fama correva tutta la Bassa.

Tra le sue ardite imprese squadriste del 1921-22 si ricordano: le incursioni contro gli antifascisti di Goro, di Mesola, di Copparo, di Massafiscaglia, di Poggiorenatico; tra il 24 e il 25 marzo 1921, alla testa di 4000 uomini armati, l'assalto a Portomaggiore, occupando e tenendo il paese come un capitano di ventura; la spedizione punitiva contro Ravenna; la battaglia dell’estate del ’22 contro i socialisti di Oltretorrente a Parma, dove non riuscì a sfondare; l’assalto al Castello Estense di Ferrara; le operazioni di supporto ai Camerati di Venezia, Bologna e Milano.

In particolare il primo giugno 1922 capeggiò col suo già fraterno amico Dino Grandi una specie di “marcia su Bologna”, che fu un prologo della Marcia su Roma e che si concluse con la destituzione del Prefetto.

Il 16 ottobre 1922 Balbo si incontra all'Hòtel du Parc di Bordighera con De Vecchi e De Bono, per gettare le basi dell'azione rivoluzionaria nella Capitale. In questa occasione conosce l’anziana Regina Margherita, che li invita a colazione esortandoli ad agire. Profondamente colpito dall’acume mostrato dalla Regina Madre, inizia ad abbandonare l’ideale repubblicano e a legarsi alla Casa Reale, riconoscendo alfine l’insostituibile ruolo della Monarchia. Nominato, con De Bono, Bianchi e De Vecchi, Quadrumviro in rappresentanza dello Squadrismo, conduce al trionfo la Rivoluzione, muovendo da Perugia all’Urbe.

Dopo la vittoria, resta dei più intransigenti. Costituita la MVSN (1923), Balbo, a soli ventisette anni, ne è subito uno dei quattro Ispettori Generali, con Gandolfo, Igliori e Perrone Compagni, nonché Comandante Generale.

Intanto comincia ad interessarsi sempre più all’aeronautica, che nel 1923 il Vicecomissario Aldo Finzi aveva contribuito a trasformare in Arma dell’Esercito (Regia Aeronautica). Il Commissariato viene trasformato in Ministero dell’Aeronautica, alla guida del quale si pone lo stesso Duce, che nel novembre del 1926 lo chiama quale Sottosegretario, nella cui veste intrattiene importanti relazioni col Principe Ereditario Umberto, di cui diviene amico di ferro. Da allora si dedica, con frenetico attivismo, allo sviluppo dell'arma aerea, una passione che lo rende presto famoso in tutto il mondo e che lo porta nel 1929 ad essere nominato prima Generale di Squadra Aerea, poi Ministro stesso dell'Aeronautica.

Come Ministro, Balbo promuove subito la costituzione di organi indipendenti: il centro studi di Montecelio, diretto dall'ingegner Guidoni, per coordinare e promuovere lo sviluppo aeronautico, e la scuola di Alta velocità, a Desenzano del Garda. Partono così i primi voli di un certo rilievo, ma le aspettative di uno sviluppo efficiente e poderoso dell’arma aerea si infrangono presto con la realtà: aerei da caccia e bombardieri con velocità limitate, parco di veicoli da combattimento ancora arretrato.

Tuttavia si riesce ad organizzare una trasvolata atlantica con uno stormo di idrovolanti. Per lo scopo Balbo seleziona i migliori piloti provenienti dalla scuola di Navigazione Aerea d'Alto Mare, diretta dal Maggiore Ulisse Longo, e li addestra egli stesso al volo cieco e alla pratica delle comunicazioni radio.

Il 17 dicembre 1930 decollano da Orbetello dodici idrovolanti S. 55 adattati per il volo oceanico, con l'appoggio di cinque cacciatorpediniere. Dopo le prime difficoltà, dovute al cattivo funzionamento dei motori Fiat, undici aerei riescono, il 15 gennaio 1931, ad ammarare a Rio de Janeiro, dopo aver percorso diecimila chilometri. L’impresa riesce e ciò sprona Balbo a mettere allo studio nientemeno che un giro del mondo, da effettuarsi nel 1932, nel quadro delle manifestazioni per la celebrazione del Decennale della Marcia su Roma.

Il progetto però viene bloccato dalla guerra sino-giapponese che preclude i cieli dell'estremo oriente e dall'arrivo dell'onda lunga della recessione americana. Balbo è costretto a cambiare obiettivo e ad organizzare una trasvolata ugualmente notevole, la Orbetello - Chicago - New York – Ostia. Lungo il percorso vengono dislocate sei baleniere, due vedette e due sommergibili, e tre stazioni meteorologiche, appositamente allestite in Groenlandia, pronte a fornire agli equipaggi, via radio, i bollettini necessari. Il 7 luglio 1933 decollano da Orbetello venticinque S. 55, muniti di due motori Isotta Fraschini da 930 HP. Dopo il sorvolo delle Alpi, le mete successive sono in Islanda, in Canada, per ammarare infine a Chicago e successivamente a New York, dove ai piloti e a Balbo stesso viene riservato un trionfo senza precedenti a Broadway.

Balbo entra così nella leggenda, ricevendo anche gli onori del Duce che lo premia col grado supremo di Maresciallo dell'Aria e con un trionfo Romano. Il 26 novembre del 1933 Balbo viene nominato Governatore della Libia e in tale veste avvia la trasformazione della Colonia in regione a tutti gli effetti, con 4 Province (Tripoli, Bengasi, Misurata, Derna) e un Territorio Desertico direttamente amministrato dal Governo Nazionale.

Con la partecipazione alla guerra civile spagnola si assiste alla prima sfida per i piloti Italiani, che a bordo dei velivoli da caccia Fiat C.R. 42 Falco e Fiat C.R. 32, senza radio a bordo, senza corazzature, senza una cabina chiusa e con scarso armamento, diventano anche oggetto di gravi incidenti, come quello capitato al Capitano Ernesto Botto, che il 12 ottobre del 1937, ai comandi di un C.R. 32 sui cieli di Saragozza, si imbatte in uno scontro con un caccia sovietico, dal quale riesce ad uscire vivo seppur mutilato di una gamba. In suo onore la 32° Squadriglia Caccia prende il nome di Gamba di Ferro. L’audacia e l’intelligenza dei nostri piloti si deve in gran parte all’opera di Balbo.

La guerra in Spagna è un banco di prova per la nostra aeronautica, che di lì a poco, affronta anche il secondo conflitto mondiale avendo come armamento principale solo il coraggio e l’abilità dei piloti, alla guida delle famose “vacche”, soprannome dei SM 79, 80, 81, 82.

Ostilissimo all’avvicinamento alla Germania, alle leggi razziali e all’entrata in guerra, si erge a vero e proprio difensore della comunità ebraica d’Italia. Tuttavia una grave sciagura colpisce l’Italia: il 18 giugno 1940, ad appena 18 giorni dall’ingresso dell’Italia in guerra, per un fatale e assurdo errore la contraerea italiana centra in pieno l’aereo di Italo Balbo che non era impegnato in nessuna missione, ma solo in un volo di ricognizione nei cieli africani, privando l’Italia di uno dei suo figli più forti, più arditi, più devoti.

Il Generale Balbo eroe delle trasvolate oceaniche e simbolo dell’orgoglio nazionale italiano



(1896-1940)

sabato 30 gennaio 2010

LUIGI FEDERZONI (1878-1967)

I Personaggi del Fascismo



LUIGI FEDERZONI (1878-1967)

Di nobile famiglia, Luigi Federzoni nasce a Bologna il 27 settembre 1878, figlio di Giovanni, Professore d’Italiano e studioso di Dante, ed Elvira. Eccellente studente, dopo aver frequentato il Liceo si iscrive all’Università della sua città, dove conosce Carducci, e in breve tempo riesce a laurearsi in Lettere e poco dopo in Giurisprudenza (1900).
Giovinetto, si appassiona alla letteratura e alla pittura; scrive romanzi, opere teatrali e dipinge. Accantonata la passione artistica, intraprende l’attività di giornalista e sposa Luisa Melotti Ferri, detta Gina. Nei suoi primi scritti giornalistici, svolti nei principali giornali nazionali, Federzoni si fa promotore di un’unificazione di tutte le molteplici tendenze nazionalistiche che in quei primi anni del nuovo secolo andavano formandosi. Federzoni fu il primo ad intravedere che un compattamento di queste forze per certi versi ancora molto eterogenee avrebbe creato le basi per un grande movimento di massa. Questo impegnativo lavoro culminò nel 1910, quando Federzoni riuscì a costituire l’Associazione Nazionalista Italiana (ANI) in cui ritrovansi quegli uomini appartenenti un po’ a tutte le anime del composito nazionalismo italiano, che in seguito avrebbero trovato compiutezza nel Fascismo.

Tra questi vi erano nazionalisti della sinistra storica crispiana, nazionalisti della destra storica, nazionalisti Cattolici, ognuno con le sue esperienze e i propri principî, ma tutti accomunati da quella volontà di cambiamento nazionalista che col suo impeto avrebbe dovuto “rimodellare” l’intera Nazione. Queste premesse portarono alla stesura di un programma comune. Nel 1911 Federzoni fonda il giornale L’Idea Nazionale, che diventa subito il punto d’incontro e di dibattito tra tutte le correnti del nazionalismo Italiano, auspicando il passaggio dall'associazionismo alla fondazione vera e propria di un Partito Nazionalista. Questo processo fu lungo e laborioso e in particolare si attuò col convegno di Roma del 1912, che proclamò l'interventismo in Libia, e con quello di Milano del 1914, con cui l’associazione divenne definitivamente Partito Nazionalista. Intanto già nel 1913 Federzoni era stato eletto Deputato, primo esponente nazionalista a giungere alla Camera. In quegli anni la nuova cultura che si era sviluppata attorno a riviste quali Il Regno e La Voce, con i suoi Verga, De Amicis, Rapisardi, De Sanctis, D’Annunzio, Pascoli, Pirandello, Borgese, Marinetti, Gentile, Croce si ritrovò largamente coinvolta nel nuovo progetto nazionale e lo stesso Federzoni ebbe numerosi contatti con tutte queste personalità. Federzoni contribuisce a superare il “dibattito negativo”, limitato alla critica del positivismo, della democrazia, del liberalismo, del socialismo materialista, per trasformarlo in “dibattito positivo”, con l’individuazione cioè di obiettivi, metodi e strumenti sociali e politici.

Tra i fautori di questa trasformazione troviamo, accanto al Federzoni, Enrico Corradini con tutti coloro che si ritrovarono intorno al giornale L’Idea Nazionale e cioè Maraviglia, Coppola, Forges Davanzati e dal 1914, Alfredo Rocco, il celebre giurista del futuro Codice Penale. Il presupposto sociale che Federzoni individua è quello dell'unione fra “élite di classe”: élite proletaria, borghese, aristocratica. In particolare si assiste ad una volontà di rigenerare l’intera classe borghese, il cui compito politico primario appare ora quello di sostituire le vecchie élite borghesi decadenti del trasformismo giolittiano e di opporsi fieramente all’avanzata marxista.

Da questa impostazione derivavano sia la supremazia della politica estera sulla politica interna, sia il bisogno di uno Stato forte, disciplinato, che trovava i suoi simboli unificanti nella Monarchia e nell’Esercito.

Le ricadute ideali e politiche di questa impostazione non erano di poco conto. La definizione dell’apparato ideologico del partito, condusse a superare il semplice patriottismo e ad abbandonare vecchi baluardi del Risorgimento come l’anticlericalismo e il liberalismo economico, ritenuto prodotto dell’individualismo, figlio, quindi, della stessa pianta da cui nasceva il socialismo. Proprio in quest’ottica vanno interpretate alcune defezioni dal partito, avvenute tra il 1911 e il 1914, giudicate necessarie da Federzoni: uscì dal partito Sighele, che voleva ridurre il nazionalismo all’irredentismo; se ne andarono Arcari, Rivalta e Valli, capifila dell’associazionismo e del vecchio nazionalismo anticlericale di stampo risorgimentale; se ne uscì l’intera ala liberale, confluita poi nel liberalismo giolittiano.

Dopo il successo alle politiche del 1913, il partito di Federzoni conquista numerosi seggi alle elezioni amministrative del 1914. Con lo scoppio della Grande Guerra il Partito Nazionalista è in prima fila nella campagna interventista e Federzoni sprona con dibattiti tutto il mondo culturale all’intervento. Col 24 Maggio del ’15 Federzoni parte volontario nell’esercito combattendo per quasi tutto il quadriennio e ottenendo una medaglia d'argento al valore militare.

Dopo la Vittoria, contemporaneamente alla nascita delle Camicie Nere Fasciste, anche Federzoni decide di costituire un gruppo paramilitare che funga da braccio armato del Partito Nazionalista: sono le Camicie Azzurre, che giunsero nel 1922 al numero di 30.000 unità ed ebbero l'azzurro dal colore della Real Casa; il loro motto fu “sempre pronti” e l'inno “Fiamma Azzurra”, il cui ritornello suona: Noi giuriam con viva gioia/ di combattere e morire/ per l'azzurro dei Savoia/ per l'Italia e per il Re.

Durante i turbolenti anni del primo dopoguerra si assiste al lento e talora contrastante avvicinamento tra il Nazionalismo di Federzoni e il Fascismo di Mussolini. Tuttavia già dalla comune lotta interventista, enorme rimaneva lo jato fra il concetto mussoliniano di guerra rivoluzionaria e quello federzoniano di guerra imperialista. Di un vero e proprio problema di rapporti fra Fascismo e Nazionalismo, pertanto, si può parlare fino al 1921, quando si attua la svolta decisiva nell'azione che porterà alla Marcia su Roma. Infatti con le elezioni che portano in Parlamento 35 deputati Fascisti eletti nei Blocchi Nazionali e col congresso Fascista dell’Augusteo, del novembre 1921, si certifica la definitiva alleanza di ferro del Fascismo col Nazionalismo, di Mussolini con Federzoni.

Tuttavia a porre per primo il problema di una fusione tra i due movimenti non fu né Mussolini né Federzoni, bensì il futuro Quadrumviro Cesare De Vecchi nel corso di un’intervista rilasciata all’Idea Nazionale il 16 novembre 1921.

Federzoni, dal canto suo, raccolse la proposta sottolineando però che: “primo: i nazionalisti sono fermamente Monarchici mentre i Fascisti sono ancora agnostici; secondo: nonostante le sue straordinarie benemerenze, il Fascismo non ha ancora acquistato vera consistenza e organicità di partito politico e non potrà farlo che identificandosi col nostro Nazionalismo”. Così l'altro esponente nazionalista di spicco, il siciliano Prof. Francesco Ercole che, sempre nel 1921 nel suo articolo “Contro un’affrettata fusione”, rimarcava i pericoli che scaturivano dalla ancora presente mancanza Fascista di “una concezione etica e integrale della vita”. Da parte Fascista, il 2 febbraio 1922, in un articolo sul Popolo d’Italia intitolato "Per intenderci", a Federzoni ed Ercole rispondeva Dino Grandi, capovolgendone le tesi: non era il Fascismo che doveva identificarsi col Nazionalismo, ma, al contrario, era questo che doveva modificarsi e venire sulle posizioni del Fascismo: “Mentre il Nazionalismo è nato dalla elaborazione dottrinaria per giungere alla negazione pratica, si potrebbe quasi dire che il Fascismo è nato dalla negazione dottrinaria, per giungere all’elaborazione pratica.

In un periodo storico che afferma l’incontrastato dominio delle grandi correnti popolari, ieri assenti, ed oggi quanto mai volitive, presenti e chiamate ad operare entro i partiti, il Fascismo altro non può essere se non l’espressione di questa grande realtà storica”. Federzoni rimase assai colpito dall’articolo di Grandi e ne parlò con Mussolini, il quale, dopo un’iniziale cautela, accoglierà totalmente le tesi grandiane.

Intanto il 23 Marzo 1922 Federzoni diventava Vicepresidente della Camera dei Deputati. Avvicinandosi la Marcia su Roma, l'unione dei movimenti si accelera. Federzoni, parlando al Lirico di Milano il 15 ottobre 1922, ribadì l’assoluta e imprescindibile importanza della difesa della Monarchia, la necessità di un governo “in una parola di reazione”, ottenibile anche con una Rivoluzione. Poco dopo al Teatro San Carlo di Napoli analogo discorso teneva Mussolini, ribadendo “assoluta fedeltà e dedizione a Casa Savoia”. Lo stesso giorno, sempre a Milano, con tempismo non casuale, si teneva una riunione delle Camicie Azzurre sull’atteggiamento da tenere se i Fascisti fossero passati all’azione. Le Camicie Azzurre risolsero subito: “affianco alle Camicie Nere”.

Con la gloriosa Marcia su Roma del 28 Ottobre 1922, ove Camicie Nere e Camicie Azzurre compirono insieme la Rivoluzione, furono ultimate le ultime formalità per la fusione e nel 1923 le Camicie Azzurre confluivano nelle Camicie Nere e nella MVSN, col preciso compito della difesa del Regime Fascista indissolubilmente legato a Casa Savoia. Tutta la dirigenza del Partito Nazionalista confluiva nel PNF, rivestendone subito importanti cariche. In particolare Federzoni fu subito ammesso al neonato Gran Consiglio del Fascismo.

Il 31 Ottobre 1922 Federzoni, dimessosi da Vicepresidente della Camera, entra nel primo governo Mussolini quale Ministro delle Colonie (31 ottobre 1922-17 giugno 1924), per poi diventare nel secondo gabinetto Ministro dell'Interno (17 giugno 1924-6 novembre 1926) e nuovamente Ministro delle Colonie (6 novembre 1926-18 dicembre 1928). In tali vesti ottiene importanti successi in particolare nell’opera di normalizzazione seguita alla Rivoluzione e durante la “crisi Matteotti”. Nei primi mesi del 1927 Federzoni, da poco tornato al dicastero delle Colonie, inizia a scrivere i suoi Diari, preziosa autobiografia, ove annota puntualmente, ora per ora, le proprie giornate, i propri incontri, le proprie impressioni. Ne emerge un quadro interessante e talvolta ironico e malinconico sulla difficoltà dell’azione di governo, constatando come la scorrettezza di un solo uomo possa talora capovolgere la correttezza di molti uomini. In questo suo secondo mandato alle Colonie, Federzoni si occupa del riassetto amministrativo della Libia, in vista di una sua piena adesione al Regno d’Italia come regione vera e propria.

Tuttavia dai suoi Diari si nota una certa insofferenza per lo scarso zelo con cui fu accolto il progetto di legge: “ho l'impressione che nessuno (…) si sia reso conto dell'importanza storica e del significato di novità di questa legge, rispetto alla posizione dell'Italia nel Mediterraneo”. Il 22 Novembre del 1928 Federzoni è nominato Senatore del Regno. Del Senato diventa Presidente il 29 aprile 1929, diventando la terza carica del Regno per circa 10 anni, fino al 2 marzo del 1939. In tale veste assurge a grandissimo prestigio, anche internazionale.

Incrementa in modo impressionante la sua attività culturale, diventando Presidente dell'Istituto di Studi Romani (1929-1931), Presidente della Società anonima letteraria Nuova Antologia (1931), Socio nazionale dell'Accademia dei Lincei (6 maggio 1935-4 gennaio 1946), Presidente dell'Istituto Fascista dell'Africa Italiana (1937-1940), Presidente dell'Istituto dell'Enciclopedia Italiana (17 marzo 1938-6 ottobre 1943), Presidente dell'Accademia d'Italia (1938-1943) dopo Marconi e D’Annunzio. Tra le sue attività in Senato si segnalano la Presidenza della Commissione per il Regolamento Interno, nella cui veste contribuisce a dar sempre maggior lustro all’Alta Camera, e la partecipazione alla Commissione dell'Educazione Nazionale e della Cultura Popolare dal 1939 al 1943.

Grande ruolo ebbe inoltre Federzoni come Consigliere di S. M. il Re e come intermediario nei rapporti col Vaticano, sia nell'avvio del processo di Conciliazione e di ratifica del Concordato, in particolare grazie ai suoi contatti con Mons. Luigi Haver, sia in seguito per dirimere i problemi sorti circa l’associazionismo Cattolico. In questo periodo intraprende numerosi viaggi nel mondo, abbinando la politica al viaggio di piacere. In particolare in Germania ha un interessante incontro col neo-cancelliere Hitler.

Ecco il ritratto che ne fa nei suoi Diari: “È un tipo franco, vivace, dai capelli neri impomatati, con una ciocca quasi napoleonica sulla fronte. Porta i baffetti neri tagliati a spazzola e ridotti alla minima estensione sotto il naso. Parla gesticolando, e con un accento incisivo e perentorio. La figura fisica e il modo di fare sono assai piú dell'austriaco che del tedesco. Mostra un'assoluta sicurezza di sé. Piú che un demagogo, mi sembra un allucinato, ma comprendo come, anche perché tale, egli possa magnetizzare le folle. Possiede un'inarrestabile abbondanza di parole (...) Egli dice, in sostanza, che per i nazionalsocialisti il problema non è la lotta per la conquista del potere ma l'azione costruttiva dopo tale conquista (...). Sulla prossima vittoria dei nazionalsocialisti Hitler non ha dubbi”,Ostilissimo alle leggi razziali, considerate totalmente estranee alla Nazione ed eticamente errate, si stupì di come, nonostante la manifesta opposizione della maggioranza dei gerarchi e dei parlamentari, esse avessero comunque ottenuto l’avvallo necessario per la promulgazione; in proposito ebbe violenti scontri con Farinacci e iniziò a manifestare i primi dissidi col Duce. Fieramente contrario all’alleanza con la Germania e alla partecipazione alla guerra, si scontrò apertamente con Mussolini, ma rimase inascoltato. Risoltosi ad appoggiare un cambio di governo, fu tra i promotori dell’ordine del giorno Grandi del 25 luglio 1943.

Chiuso improvvisamente il Senato per decreto del nuovo Presidente del Consiglio Badoglio, si ritirò presso l’Ambasciata portoghese del Vaticano, da dove si scagliò violentemente contro la neonata Repubblica Sociale Italiana e Mussolini, da lui definito “traditore dell’idea”. Condannato a morte in contumacia al processo di Verona del 1944, rimase in Vaticano fino al 1947, dedicandosi alla stesura di libri e memoriali, tra cui: Memorie inutili della famiglia Federzoni, curiosissima raccolta di avvenimenti giovanili apparentemente insignificanti, ma ricchi di morale; Le memorie di un condannato a morte, che fu in seguito ampliato dall’autore quale Italia di ieri per la storia di domani, lucida e drammatica analisi degli avvenimenti dal settembre 1943 al giugno 1944: in esso Federzoni si scaglia contro i repubblichini e afferma che laddove per Mussolini egli, con gli altri, rappresentava il traditore, per lui era Mussolini che, con la sua politica demagogica e con l'aver trascinato l'Italia nell'avventura bellica, aveva tradito i presupposti su cui tutti loro avevano costruito il Fascismo e nei quali avevano creduto, poiché questo falso Fascismo degli ultimi anni “non attuò, bensí sciupò, travisò e infirmò, con una volgarizzazione superficiale di tono demagogico, un organismo di idee in cui era un'essenza classica di ordine, di giustizia e di grandezza morale”, e ancora “Dal canto mio, alla vigilia della Marcia su Roma, l'8 ottobre 1922, parlando al Lirico di Milano in nome dei miei amici, avevo francamente indicato a quali condizioni i nazionalisti avrebbero assecondato un'eventuale azione di governo dei Fascisti: rafforzamento dell'autorità dello Stato sopra i partiti; impero assoluto della legge; riconoscimento della Monarchia come presidio fondamentale dell'unità e continuità della Nazione; tutela dei valori religiosi ed etici; elevazione materiale e morale dei lavoratori, accompagnata a ferma difesa dell'ordine sociale; indirizzo economico e finanziario antidemagogico.

Avrò torto; ma io sono rimasto ligio a quei principî, nei quali allora pareva che tutti convenissimo”. Senza mezzi termini Federzoni afferma che era stato proprio Mussolini “ad aver contribuito per il 90 per cento al collasso dell'Esercito, con la sua opera incompetente e incoerente di Ministro delle Forze Armate per oltre quattordici anni e poi di comandante supremo in guerra, e ad aver portato il paese alla disfatta”. Ed era proprio questo che non gli veniva perdonato e che aveva portato i 19 membri del Gran Consiglio, la maggioranza, ad esautorarlo e molti altri a negargli la fiducia che gli avevano dato per vent'anni.

In questa posizione, Federzoni riassume in sé in modo veemente l'atteggiamento di quella classe politica e intellettuale che aveva creduto nel Fascismo e accusava Mussolini di “aver dilapidato follemente il patrimonio dell'unità, dell'indipendenza e della potenza d'Italia, formato con lo sforzo secolare della Nazione; il patrimonio che egli stesso, nei primi anni del suo governo aveva accresciuto e perfezionato”. Un patrimonio che era stato talmente disperso dalla disastrosa condotta della guerra da portare gli italiani, e Federzoni in prima persona, addirittura all’odio totale verso i repubblichini e i tedeschi ed a sperare in una loro sconfitta totale.

Mentre Mussolini finiva “la sua carriera come mercante di schiavi, lasciando che i tedeschi rastrellino ragazzi per il loro esercito. (…) Si pone all'Italia il problema di risorgere: bisogna che gli Italiani, senza dipartirsi dalla loro silenziosa discrezione, si facciano nuovamente conoscere e stimare, ossia dimostrino di essere, come possono essere, un popolo serio, un popolo che sa ancora vigorosamente combattere per una giusta causa: il popolo del Piave e di Vittorio Veneto”. Questo diario esprime il travaglio di una generazione che aveva visto crollare definitivamente i propri ideali e che ora si interrogava sul proprio futuro.

Da questo punto di vista, Federzoni sembrerebbe apprezzare le mosse dei partiti antifascisti e perfino dei comunisti, a cominciare da Togliatti e dal suo appello affinché si cessasse di rivendicare l'abdicazione del Re: con questa richiesta si poneva “termine e rimedio alle inconcludenti diatribe dei vecchi antifascisti ed ex-fuorusciti, esasperati dai loro asti settari, inchiodati alle loro negative posizioni dottrinarie”. Federzoni intuiva che una politica di pacificazione e “ogni cooperazione”, “compresa questa dei comunisti”, potevano essere una soluzione per il futuro del paese: questo perché ad esso, all'indomani della guerra, si sarebbero poste due alternative: “O l'Italia avrà ritrovato nei nuovi cimenti il vigore spirituale che essa destò in sé venticinque anni or sono, e vincerà anche la minaccia del sovvertimento interno; o avrà fallito pure quest'altra prova, e dovrà correre l'alea di diventare, come la nascente Jugoslavia, un pianeta un po' piú grosso del sistema di cui Mosca è il sole”.

Le vicende personali dell'ex terza carica del Regno, condannato all'ergastolo dall'Alta Corte di giustizia nel maggio 1945, avrebbero tuttavia esasperato l'astio nei confronti dei nuovi partiti al governo del paese e annullato ogni sentimento di conciliazione: il fatto di aver subito due condanne antitetiche (la condanna a morte al processo di Verona per tradimento del Fascismo e quella all'ergastolo dell'Alta Corte per essere uno dei massimi esponenti del Fascismo stesso), lo “specialissimo accanimento di autorevoli antifascisti, succeduto immediatamente alla spietata persecuzione mussoliniana”, lo portavano a vedere nel proprio caso personale “un riflesso sia pur minimo dell'atroce marasma di questa Italia che non trova pace neppure con sé stessa, avendo ricevuto in eredità dalla guerra maledetta la discordia, che oggi pare insanabile, dei suoi figli”. Che erano i motivi per i quali, all'indomani del comunicato del mandato di cattura contro di sé e altri gerarchi del settembre 1944, aveva deciso di non costituirsi: “non ho alcuna fiducia - scriveva in una lettera per Bonomi - nell'imparzialità del giudizio che dovrei affrontare”, dato “il preconcetto della mia reità, proclamata prima e all'in fuori d'ogni conoscenza dei dati di fatto”. In un Memoriale difensivo del luglio 1944 rivendicava la sua ligia posizione di “Fascista degli ideali e della buona fede”, opposto ai fascisti della convenienza o del fanatismo servile, capeggiati da Pavolini e Farinacci.

Disgustato anche dai partiti antifascisti ora al potere, nel 1947 Federzoni lascia il Vaticano per il Brasile, ma torna in Italia per difendersi dalla condanna in contumacia a 30 anni subita dall’Alta Corte per il giudizio dei reati fascisti; viene così amnistiato nel dicembre dello steso anno. Nella sua deposizione, in cui si scaglia violentemente contro i comunisti, ribadisce tra l’altro la totale estraneità della Monarchia ai fatti del 25 luglio 1943: “il crollo di Mussolini e del Fascismo è avvenuto per il voto del Gran Consiglio. Contrariamente a quanto è stato piú volte raccontato (...) Dino Grandi e io, promotori del voto, agimmo di nostra spontanea iniziativa, all'infuori di qualsiasi inspirazione della Corte o dello Stato Maggiore. (...) Per parecchi anni il compianto Italo Balbo, io e - compatibilmente con la sua continua assenza dall'Italia - Dino Grandi eravamo stati chiamati i «frondeurs» del Gran consiglio, chiaramente avversi all'indirizzo totalitario della politica interna e a quello filonazista della politica estera. (...) Nel luglio 1943 un certo rinnovamento apportato di recente alla composizione del Governo e, per riflesso, in quella del Gran Consiglio, mediante l'immissione di elementi ottimi, come De Marsico, Pareschi, Bastianini, Albini e altri, e principalmente l'impressione di sgomento prodotta dai disastri della guerra, autorizzava la speranza che un voto di biasimo dei funesti errori politici e militari che li avevano causati potesse finalmente raccogliere una maggioranza.

E cosí, infatti, avvenne”, nella speranza di una purificazione del Fascismo. Stabilitosi definitivamente a Roma negli anni ’50, Federzoni proseguì la propria attività letteraria, appoggiando politicamente il Partito Democratico Italiano di Unità Monarchica (PDIUM), senza tuttavia impegnarsi più nella politica attiva. Morì a Roma il 24 Gennaio del 1967 all’età di 88 anni.

(1878-1967)

venerdì 29 gennaio 2010

DINO GRANDI (1895-1988)

I personaggi del Fascismo


DINO GRANDI (1895-1988)

Dino Grandi nacque il 4 giugno 1895 a Mordano

in Provincia di Bologna, da una famiglia schiettamente contadina. Il padre amministratore di una grande tenuta, era un ex seminarista divenuto nel tempo anticlericale e liberalmonarchico di stampo risorgimentale; tra le amicizie del padre si annoverava il famoso Andrea Costa, primo socialista ad entrare in Parlamento.

Nonostante l'anticlericalismo paterno, Dino Grandi si avvicinò giovanissimo alle strutture ecclesiastiche diventando assiduo frequentatore della parrocchia. Da giovinetto si recò a Ferrara per frequentare il liceo. Quivi conobbe e si entusiasmò degli scritti di D'Annunzio e Marinetti; le sue letture preferite erano Croce e Nietzsche; con la sua educazione religiosa si avvicinò agli ideali del socialismo cristiano di Murri. Finito il liceo nel 1913, indeciso inizialmente tra le facoltà di medicina e di lettere, si risolve alfine per giurisprudenza, a Bologna.

Voce principale dell'interventismo rivoluzionario universitario bolognese, il diciannovenne Grandi inizia una intensa attività giornalistica entrando nella redazione del Resto del Carlino, su richiesta di Nello Quilici, amico di Italo Balbo. Il Quilici lo apprezza tanto che lo chiama a Roma come giornalista parlamentare.

Nella capitale è il periodo dei grandi fermenti politici, che affascinano il ventenne Grandi, il quale, rientrato a Ferrara nel 1915, pronuncia un memorabile discorso interventista davanti al monumento di Garibaldi, indossando una camicia rossa garibaldina, e invocando la “guerra di redenzione”. Anche lui come tanti socialisti rivoluzionari, crede che la guerra porterà finalmente alla vera Rivoluzione antiliberale. Conosce per la prima volta Mussolini e come lui parte volontario, lasciando gli studi, arruolandosi nello stesso corpo alpino di Balbo. In guerra dimostra un notevole eroismo e le sue gesta lo portano alla promozione sul campo a capitano ed al conferimento di una medaglia d'argento e due croci di guerra. Dopo la Vittoria si congeda e si trasferisce ad Imola riprendendo gli studi.

Ripresa l'attività politica come socialista rivoluzionario (1918-19), rimane scontento del disfattismo del partito socialista e si risolve di unirsi a Mussolini nella fondazione dei Fasci di Combattimento (1919). Nel frattempo termina i suoi studi con la laurea in legge con una tesi in economia politica, “La Società delle Nazioni e il libero scambio”. Mussolini ne comprende l'abilità organizzativa e lo nomina organizzatore dello squadrismo bolognese. La sua guida porta a questo squadrismo una connotazione agraria marcatamente antisocialista. La sua azione si rivolge soprattutto contro le Camere del Lavoro, accusate di essere la sede della coercizione forzata dei lavoratori: alla violenza socialista perpetrata contro i contadini e gli agrari, Grandi risponde con l'organizzazione degli assalti di difesa dello squadrismo; col “santo manganello” riesce a ristabilire ordine e disciplina nelle campagne bolognesi, così come Balbo riuscì a fare nel ferrarese; diventato un eroe del mondo agrario locale viene eletto Deputato nel maggio del '21; tuttavia non avendo ancora l'età richiesta per l'elezione (30 anni; lui ne ha ancora soltanto 26!), viene sostituito da un collega più vecchio.

Continua pertanto ad essere la guida delle organizzazioni sindacali contadine Fasciste con prospettive rivoluzionarie antiborghesi. Accolse freddamente il patto di pacificazione voluto da Mussolini con le forze avverse e depose suo malgrado il "santo di legno": a Mussolini disse: “Con il patto i rossi rialzano la cresta!”. Il giovane Grandi espresse questo suo pensiero in un articolo dell'Assalto il 6 agosto 1921, contestando la nuova linea morbida e ribadendo che l'orda rossa doveva essere piegata ad ogni costo. Mussolini gli risponde tre giorni dopo sul Popolo d'Italia esigendo un chiarimento ed affermando che la Rivoluzione necessitava di un momento di tranquillità che preludesse alla vittoria finale, mettendo in conto anche una eventuale scissione dall'ala oltranzista di Grandi e perfino le dimissioni dal Movimento dei Fasci.

Il 16 agosto del 1921 Grandi riunisce l'ala oltranzista a Bologna, che decide all'unanimità di chiedere a Mussolini la rescissione del patto; Mussolini risponde con le dimissioni dalla commissione esecutiva dei Fasci. Di fronte a tale inaspettata crisi Grandi e Balbo si rivolgono a D'Annunzio sperando in un suo intervento pacificatore. Al congresso Fascista di Roma del novembre '21 si paventa una scissione, ma Grandi nel suo discorso si dimostra disponibile al compromesso e propone a Mussolini alcuni punti di accordo, ribadendo però la sua contrarietà al patto di pacificazione. Mussolini risponde accettando le condizioni di Grandi: con la fine del congresso, che si temeva sancisse una scissione, il Fascismo si ritrova unito più che mai e trasformato a grande maggioranza da movimento a Partito, con alla guida, lui, Benito Mussolini, il futuro Duce. Dentro il nuovo partito Grandi emerge subito come inaspettato moderatore dei rivoluzionari romagnoli.

Alla vigilia della Rivoluzione del '22, insieme a De Vecchi e Federzoni si reca a Roma per organizzare le squadre e viene nominato da Mussolini Capo di Stato Maggiore dei Quadrumviri. In tale veste è tra gli organizzatori della trionfale Marcia su Roma. Contrario come Bianchi a una coalizione con i popolari, propone in un articolo sul Popolo d'Italia del 12 Gennaio 1923 una soluzione "tecnica" con un gabinetto "apartitico", soluzione però non accettata da gran parte del Partito. Rifiuta perciò di diventare Ministro del nuovo governo. Eletto Deputato del PNF nel 1924, Grandi diventa subito Vicepresidente della Camera, ad appena 29 anni; nello stesso anno si sposa con l'ereditiera Antonietta Brizzi, sua conterranea, che gli porta una cospicua dote. Questa donna, colta e bellissima, sarà un'eccellente moglie, che accompagnerà Grandi nella sua futura attività diplomatica.

Con la vicenda del delitto Matteotti del giugno '24, Grandi è tra gli artefici dell'opera di rassicurazione dell'opinione pubblica e degli ambienti moderati. Nel nuovo governo, il Duce gli affida la carica di Sottosegretario agli Interni, e, nel maggio del '25, di Sottosegretario agli Esteri, carica che terrà per quattro anni, in cui tra l'altro, imparerà perfettamente la lingua inglese ed entrerà in contatto col mondo britannico.

Il 12 settembre del 1929 Grandi diventa Ministro degli Esteri in una fase molto delicata, e ancor più delicata quando in ottobre il mondo entra in crisi dopo il ben noto crollo di Wall Street. E' il momento in cui occorre rilanciare l'iniziativa italiana e soprattutto il Fascismo, che ora, con l'America in crisi, l'Inghilterra isolazionista, la Russia nel terrore comunista e la Germania sull'orlo del baratro, è il sistema economico e politico che tutti guardano come modello. Nella sua veste di Ministro degli Esteri, Grandi denota la sua eccezionale abilità diplomatica e contribuisce all'ottima immagine dell'Italia Fascista nel mondo di quegli anni.

I rapporti che imposta Grandi con i vari Stati sono ottimi. Riesce addirittura ad imbastire buoni rapporti commerciali nientemeno che con i sovietici. L'obiettivo di Grandi è di puntare al mantenimento e al consolidamento di una pace in Europa, ed è molto realista. Disse una volta, profetico: “una guerra oggi fra le Nazioni d'Europa altro non si risolverebbe se non in una immane catastrofica guerra civile, in un vero e proprio tramonto e suicidio del nostro vecchio e glorioso continente”. Inoltre è realista sull'Italia bellica e sull'Italia politica: “Il Paese è ricco di uomini, ma è povero di risorse, e non può ancora permettersi il lusso di competere con le grandi potenze sulla preparazione bellica”. E ancora: “Bisogna impegnarsi coraggiosamente in una politica di pace, volta al disarmo e alla collaborazione internazionale. L'Italia può conquistare un suo ruolo specifico e decisivo nel contesto europeo e porre così le condizioni per far valere le proprie storiche rivendicazioni (...) fino a condizionare la politica estera non soltanto in Africa o sul Mar Rosso, ma anche su un più vasto terreno internazionale, in Europa e nei rapporti intercorrenti con la Francia e l'Inghilterra.

Non dobbiamo parificarci adesso nei loro confronti come grande potenza, nè possiamo imporlo, ma creare le condizioni per arrivare a confrontarci: questo lo possiamo fare. Il problema sarà quello di creare un ruolo stabile nel contesto internazionale, dobbiamo darci delle direttive di fondo e ispirarci all'azione. Una potrebbe essere quella di fare dell'Italia l'arbitro della situazione europea, l'ago della bilancia”. Mai nessun Ministro degli Esteri fu così lungimirante; il 2 ottobre 1930 disse: “La Nazione italiana non è ancora abbastanza potente, politicamente, militarmente ed economicamente, da potersi considerare come una nazione protagonista della vita europea.

Ma la Nazione italiana è già tuttavia abbastanza forte per costituire col suo apporto politico e militare il peso determinante alla vittoria dell'uno o dell'altro dei protagonisti del dramma europeo, che prima o dopo esploderà. Posizione quindi di forza e di prestigio, posizione aperta a tutte le possibilità nel futuro a condizione beninteso che l'Italia rimanga libera di scegliere il proprio posto in caso di conflitto a seconda di quelli che essa giudicherà al momento opportuno essere esclusivamente i suoi vitali interessi nazionali”. Durante una riunione della Società delle Nazioni, il 31 agosto del 1930, già aveva scritto un appunto ancor più determinato al Duce, citando Machiavelli: “Il tempo lavora per noi. Noi saremo arbitri della guerra. Ma dobbiamo prendere più alta quota possibile nella politica continentale europea. Fare della diplomazia e dell'intrigo, applicare Machiavelli un po' più di quello che non abbiamo fatto finora.

Il Trattato di Locarno è un pezzo di carta inventato dalla democrazia, può diventare nelle nostre mani la biscia che morde il ciarlatano. Con tutti e contro tutti...". Grandi ripeterà le stesse cose nell'ottobre del 1931 al Gran Consiglio. Eppure molti lo accuseranno di pacifismo e disarmismo. Nella sua azione, Grandi cerca di mettere in difficoltà la Francia, che da tempo è arrogante e si crede egemone in Europa; "Se riusciamo a far questo sarà la stessa Francia a cercare accordi con noi". Ed è per questo che Grandi insiste sulla rivalutazione della Società delle Nazioni; lui mira a farla diventare una comunità di eguali che si misurano unicamente sul prestigio e sulla forza politica. Operando così, Grandi spiazzò tutti gli antifascisti che accusavano il Fascismo, aprioristicamente e in malafede, di essere bellicista. Inoltre questa politica di Grandi rafforzò le già buone relazioni con la Gran Bretagna. Non solo, ma dagli stessi Stati Uniti, quando Grandi nel novembre del '31 volò a incontrare il presidente Hoover, ricevette molti apprezzamenti e la politica del Fascismo in Europa e nel mondo iniziò ad avere un credito universale.

Sebbene Grandi operi diplomaticamente con queste idee costruttive, la Francia non demorde, e anche se lo stesso Grandi ha smascherato a Londra la scarsa volontà della Francia al disarmo, ottiene solo una moratoria nella costruzione di nuove armi per un anno; ma il fastidio e le ostilità di fondo rimangono. La Francia rimane ostile all'Italia a prescindere da tutto, poiché troppo la infastidisce avere un vicino potente.

Intanto si affaccia sulla scena la Germania di Hitler, assurto al potere nel '33, con le sue richieste di annullamento delle riparazioni di guerra e di riscossa dalle umiliazioni subite a Versaglia. Di fronte a un riarmo improvviso di Francia e Germania, sfuma così il sogno di disarmo di Grandi. Quando Mussolini inizia a guardare con interesse alla Germania, lo fa, di concerto con Grandi, con lo scopo di rendere l'Italia il famoso ago della bilancia. A questo punto Grandi, dimessosi da Ministro degli Esteri, viene inviato come Ambasciatore a Londra, dove resterà per sette anni, mantenendo ottimi rapporti con gli inglesi, alternandosi fra mondanità e politica. Sette anni eccellenti in quanto a diplomazia, nonostante l'impresa dell'Italia in Etiopia, malvista e boicottata dai britannici, nonostante le inique Sanzioni e la guerra civile spagnola. Grandi fa il possibile perché Albione ragioni e “non faccia il vile gioco della Francia”, ma l'attrito cresce di anno in anno. Questo immenso sforzo diplomatico gli viene riconosciuto dal Duce e dal Re, che lo crea nel 1939 Conte di Mordano. Con la Firma del Patto d'Acciaio, che Grandi definì assurdo, inizia un grave attrito con Mussolini e Ciano. Grandi continua una diplomazia ormai sterile con Gran Bretagna, Russia e Francia.

Essendo ormai rotti i rapporti con la Gran Bretagna, Grandi viene nel Luglio del 1939 richiamato dal Re in Italia e viene nominato Ministro della Giustizia, Guardasigilli e Presidente della Camera dei Fasci e delle Corporazioni (la quarta carica del Regno).

In settembre scoppia la guerra in Polonia: Grandi affronta Mussolini e lo consiglia di denunciare il Patto d'Acciaio e di riprendere contatti con la Gran Bretagna. Egli teme che l'Italia, intervenendo a fianco della Germania, cadrà nel baratro. Grandi è soddisfatto quando Mussolini si risolve per la non belligeranza. Tuttavia non riesce ad evitare la dichiarazione di guerra del 1940. Per evitare comunque che nasca subito una divisione politica, il Presidente Grandi pronuncia alla Camera un discorso dai toni aggressivi e bellofili. All'apertura del fronte greco, Grandi decide di partire volontario (caso unico per un Presidente della Camera) e tocca con mano la totale impreparazione militare non solo di mezzi ed è costretto a vedere nei comandi tanta superficialità e tante accuse reciproche.

Intelligente com'è, Grandi forse è l'unico a rendersi conto pienamente della gravità della situazione. Dirà in seguito nelle sue lunghe memorie suddivise in due libri (“25 luglio, quarant'anni dopo” e “Il mio Paese”): “i fatti erano quelli e piuttosto chiari”, ammettendo di aver meditato ed abbozzato già allora il famoso ordine del giorno del 25 luglio 1943. I tedeschi chiamati in aiuto salvarono momentaneamente la situazione in Grecia, ma quando Grandi rientrò a Roma nell'aprile del 1941 era totalmente scoraggiato e scrisse all’incirca: “ne ho viste tante in sei mesi: la nostra totale impreparazione, l'arroganza tedesca; vidi liquidare Badoglio come capro espiatorio da un impreparato come Farinacci, che pur avendo tante responsabilità, non era certo l'unico colpevole”. Grandi decide di esprimere tali e tante perplessità al Duce stesso, che però non gli presta ascolto, e al Re, che gli confida semplicemente di non sapere che fare.

Dopo un mese c'è l'invasione tedesca alla Russia e Grandi decide di dedicarsi al suo compito di Ministro della Giustizia: in tale veste, avvalendosi della collaborazione dei maggiori esperti di diritto procede alla riforma dei codici di Procedura Civile, del Codice di Navigazione e del Codice Civile, ultimato brillantemente nel 1942; contrario alle leggi razziali sin dal ‘38, ottiene che non siano inserite nel Codice Civile, ma restino nella legislazione transitoria ordinaria. Viene insignito nel marzo del 1943 del Collare della SS. Annunziata. Precipitando gli eventi, si risolve all'azione: ormai deluso da un Mussolini, a suo giudizio ormai privo di volontà e succubo di Hitler, redige l'ordine del giorno che determina la caduta del Regime nel luglio del 1943; nel caos generale che ne segue si rifugia all'estero (Portogallo, Brasile, Spagna), presso i numerosi Ambasciatori che aveva conosciuto nella sua lunga attività diplomatica, rifiutando di partecipare a qualunque governo. Condannato a morte in contumacia prima dal tribunale di Verona del 1944 e in seguito dai tribunali partigiani gappisti, torna in Italia dopo l'amnistia nel 1946.

Nei quarant'anni che seguirono si dedicò privatamente al giornalismo e alla scrittura di libri di memorie, difendendo il suo operato dagli attacchi da un lato dei rossi, dall'altro dei reduci Repubblichini, proclamando di aver agito sempre secondo coscienza per il bene dell'Italia. Gli fu anche proposto di ricandidarsi alla Camera, ma rifiutò costantemente.Morì a Bologna il 21 maggio 1988 vicino alla ragguardevole età di 93 anni.

(1895-1988)

giovedì 5 novembre 2009

ROBERTO FARINACCI (1892-1945)

I PERSONAGGI DEL FASCISMO


ROBERTO FARINACCI (1892-1945)

Il Fascista “selvaggio”, capace di eroismi come di grotteschi fanatismi; di azioni lodevoli come di azioni sciagurate. Curiosamente formatosi nella socialdemocrazia di Bissolati, divenne l'intransigente ammiratore del nazionalsocialismo tedesco, contribuendo gravemente al triste tramonto del Regime.

Roberto Farinacci nacque ad Isernia il 16 ottobre del 1892, da famiglia d’origine campana. Il padre, Commissario di Pubblica Sicurezza, venne nel 1900 trasferito nel nord: tutta la famiglia si spostò dapprima momentaneamente a Tortona, nell’Alessandrino, e quindi in via definitiva a Cremona.

Il giovane Farinacci lasciò presto la scuola per cercare un lavoro, che trovò all'età di 17 anni, nel 1909, come dipendente delle ferrovie di Cremona, con la mansione di telegrafista ferroviario; il lavoro gli piacque assai, tanto che volle continuare a svolgerlo fino al 1921, quando già aveva iniziato una vivace carriera politico-giornalistica. Negli anni ’10 inizia a seguire le vicende politiche nazionali, interessandosi in particolare al Partito Socialista.

Si avvicina così al concittadino cremonese Bissolati, che, espulso dal PSI con Bonomi in seguito al congresso di Reggio Emilia del 1912 (al quale aveva avuto successo Mussolini), aveva dato vita al Partito Socialista Riformista Italiano (PSRI), divenendo antesignano della socialdemocrazia dei futuri Partito Socialista Unitario (PSU) e Partito SocialDemocratico Italiano (PSDI). Chiamato come collaboratore al giornale di Bissolati “L'Eco del popolo”, si segnala con articoli di un certo rilievo a favore della Guerra di Libia. Sotto la spinta del suo mentore si lega alla massoneria del Grande Oriente d'Italia di Palazzo Giustiniani. Nel frattempo, ripresi gli studi, riesce a conseguire brillantemente la licenza liceale e si iscrive alla Facoltà di Giurisprudenza di Modena, dove si laureerà, per cause belliche solo nel 1923 in una sessione speciale per ex combattenti, con il celebre giurista Prof. Alessandro Groppali.

Occupatosi della riorganizzazione del sindacato contadino socialista, inizia a mostrare insofferenza nei confronti dei socialisti riformisti e a collaborare volontariamente con “Il Popolo d'Italia” di Benito Mussolini. Allo scoppio della Grande Guerra si dichiara interventista, contrariamente alla maggior parte dei compagni riformisti, ma non di Bissolati, dichiaratosi anch’egli per l’intervento. La rottura con i socialdemocratici è però vicina e si consuma definitivamente dopo un discorso violentemente anti-irredentista che il vecchio Bissolati tenne, tra le proteste, a Milano. Col 24 Maggio del ’15 parte volontario e partecipa per alcuni mesi ai combattimenti, animando dal fronte il settimanale cremonese “La Squilla”. Ottiene tra l’altro una croce al merito.

Con la Vittoria, rotto ogni legame col gruppo socialista riformista di Bissolati e con la massoneria, diventa seguace di Benito Mussolini e con lui fonda nel 1919 i Fasci di Combattimento; l’11 aprile dello stesso anno fonda il Fascio di combattimento di Cremona, cui da una connotazione intransigente, imperiosa e poco diplomatica, tollerando, se non addirittura incoraggiando, la veemenza squadrista. Lo squadrismo, del resto, ben si addiceva al carattere sanguigno di Farinacci, che interpretava la politica in modo “molto fisico e poco spirituale”. Fu così che la sua figura venne sempre più identificata, tanto dai Fascisti quanto dagli oppositori, come “l’inurbano fornitore di manganelli e olio di ricino”.

I suoi modi in effetti erano sempre molto schietti: nelle sue lettere arrivava addirittura ad offendere e minacciare lo stesso Duce!

Nel 1921 viene eletto Deputato a soli 29 anni: l’elezione viene così annullata per la giovane età. Nello stesso anno è con Dino Grandi e Italo Balbo nella ferma opposizione al cosiddetto patto di pacificazione con i socialisti promosso da Mussolini allo scopo di stemperare gli animi. Intanto opera instancabilmente, insieme ad Achille Starace, per una massiccia campagna di propaganda Fascista in diverse regioni Italiane, tra cui la Venezia Tridentina. Con l’approssimarsi della Rivoluzione diviene Console Generale della Milizia. Nel 1922 è tra gli organizzatori della Marcia su Roma e prova a rinviare la seconda scelta pacificatrice e normalizzatrice di Mussolini, sollecitata dalla Corona, in nome di una “seconda ondata di forza” del Fascismo. Tenta pertanto di ostacolare la manovra, ed anzi contesta la stessa creazione della Milizia, nella quale sarebbero dovuti confluire anche i "suoi" squadristi: Mussolini gli inviò allora il Quadrumviro Emilio De Bono che, con in mano un mandato di cattura a lui intestato, seppe essere molto persuasivo.

Era nel frattempo divenuto Direttore del quotidiano Cremona nuova, che nel 1929 diverrà Il Regime Fascista ed è Segretario del Fascio locale sino al 1929. Dal carattere energico e permaloso, affronta in questo periodi diversi duelli, tra cui il più faticoso risulta quello del 28 settembre 1924 col Principe Valerio Pignatelli, in cui patisce una ferita seria.

E’ lui ad assumere la difesa in giudizio di Amerigo Dumini nel processo per l’omicidio del deputato socialista Giacomo Matteotti, ottenendone l’assoluzione. Membro del Gran consiglio del Fascismo, nel febbraio 1925 diviene Segretario Generale del Partito Nazionale Fascista ma resta in carica solo 13 mesi a causa di notevoli divergenze con Mussolini e il Governo, anche riguardo alle funzioni della sua carica. I suoi modi riuscirono anche a provocare uno stallo di diversi mesi nel lavoro diplomatico che il Regime stava intessendo con la Chiesa, che sarebbe stato coronato dal Concordato del 1929.

Alla fine degli anni venti è al centro di una tumultuosa vicenda giudiziaria, denunciando, tramite l’ex Federale di Milano Carlo Maria Maggi, poi espulso dal partito, un presunto intrigo politico, con risvolti economici, perpetrato nel milanese dal Podestà Ernesto Belloni, dimessosi nel 1928 e dal Federale Mario Giampaoli, implicato nel gioco d’azzardo. Farinacci arriva ad accusare Giampaoli di tentato omicidio nei suoi confronti: il Giampaoli viene espulso dal partito nonché citato in giudizio e condannato in base a prove schiaccianti nel 1930.

Dopo tale esperienza si isolò per qualche anno dalla vita politica, dedicandosi alla professione forense e giornalistica raggiungendo grandi risultati: si consideri che il suo giornale “Il Regime Fascista”, a diffusione limitata all'Italia settentrionale, arrivò a vendere più copie del stesso “Popolo d'Italia”. Dalle colonne del suo quotidiano non lesinò attacchi ad alcuno; memorabile resta il suo violento attacco ad Arnaldo Mussolini, fratello del Duce e organizzatore delle Battaglie del Grano e del Rimboschimento, accusato, in modo dimostratosi poi del tutto infondato, di aver ricevuto finanziamenti occulti.

Reintegrato nel 1935 nel Gran Consiglio del Fascismo, allo scoppio della Guerra d’Etiopia parte volontario nella Milizia e si segnala per incontenibile audacia ed ardimento. In guerra “il selvaggio Farinacci”, com'era affettuosamente chiamato dai suoi fedelissimi, si ritrovò con i bombardieri di Galeazzo Ciano, nuovamente insieme a Starace. Conquistò sul campo il grado di Generale. Rimase mutilato perdendo la mano destra in un banale incidente di campo. Rimpatriato, devolse in beneficienza il vitalizio spettantegli.

L'esperienza africana gli valse una rivalutazione soprattutto sotto il profilo militare. Dopo il ritorno trionfale è tra i sostenitori dell’intervento armato per dirimere la questione spagnola nonché della politica di costante avvicinamento alla Germania nazionalsocialista. Inviato come osservatore militare in Spagna durante la guerra civile spagnola inviò importanti e lucide relazioni militari. Ammiratore del nazismo e di Hitler preme per l’introduzione delle leggi razziali in Italia e per una svolta razzista e antisemita del Governo. Strinse stretta amicizia con alcuni gerarchi del nazismo, come Goebbels, avvicinandosi sempre più alle posizioni della dittatura tedesca.

Nel 1939 il Re lo nomina Ministro di Stato e Alto Dignitario della Corona. Contemporaneamente istituisce il “Premio Cremona”, destinato a tutti gli artisti Italiani. Scoppiata la guerra, Farinacci si fa strenuo sostenitore, presso il Re e presso il Governo, dell’assoluta necessità dell’entrata in guerra dell’Italia al fianco della Germania. Violentemente contrario alla non belligeranza del 1939, accese una infuocata polemica dalle colonne del suo giornale, talché si dovette spegnere con sequestri, controlli di polizia e faticosissimi richiami all'ordine. Quando poi, nel 1940, la guerra fu alfine dichiarata, Farinacci si diede al minuzioso controllo di potenziali traditori, doppiogiochisti e spie, rasentando sovente il grottesco.

Considerato ormai anche dal Duce un fanatico, fu inviato nel 1941 in Albania quale ispettore governativo delle operazioni belliche. Qui criticò violentemente Badoglio, provocandene l’ira e le dimissioni da Capo di Stato Maggiore.

Tornato in Patria fu allontanato dalla vita pubblica. Informato del possibile cambio di Governo già nel giugno del 1943 forse dallo stesso Grandi, decise di discuterne col Re, col Duce e financo con Hitler, affinché si trovasse una soluzione; tuttavia nessuno dei tre gli diede udienza. Il 25 luglio 1943 criticò l’ordine del giorno Grandi e presentò una sua mozione, votata solo da lui stesso, dal contenuto piuttosto confuso. In essa si chiedeva al Re di attuare una netta “svolta filo-tedesca”, anche con un nuovo Presidente del Consiglio. La stessa sera si rifugia nell'ambasciata tedesca ed il giorno successivo si trasferisce a Monaco.

Torna a Cremona il 22 Settembre 1943, tentando di riprendere il controllo del suo giornale. Mal sopportando l’ingerenza tedesca, si ribella apertamente a questi; viene perciò allontanato e privato di ogni carica e durante la R.S.I. è completamente estromesso dalla vita politica. Insediatosi a Milano presso la Marchesa Medici del Vascello, forse l’unica donna di rilievo della sua vita, il 27 aprile 1945 decide di allontanarsi verso la Valtellina.

Episodio curioso narrato da testimoni oculari, Farinacci chiede all’autista di sedersi dietro e di far guidare lui, benché privo di una mano; a Beverate, frazione di Brivio, trovatosi innanzi a un posto di blocco partigiano, decide di sfondarlo a tutta velocità, ma l'auto viene fermata da una raffica di mitra: l’autista muore sul colpo, la Marchesa Medici viene ferita mortalmente (morirà dieci giorni dopo in ospedale), Farinacci, ironia della sorte, si salva miracolosamente.

Il mattino del giorno dopo, 28 aprile 1945, dopo aver passato la notte in una villa di Merate, subisce un processo sommario partigiano e viene fucilato barbaramente presso il municipio di Vimercate, nel Milanese.

(1892-1945)







martedì 3 novembre 2009

CESARE MARIA DE VECCHI (1884-1959)

I PERSONAGGI DEL FASCISMO


CESARE MARIA DE VECCHI (1884-1959)

Il Quadrumviro Aristocratico e Cattolico. Governatore di ferro nelle Colonie e grande uomo d’azione; rimarrà sempre legatissimo alla Chiesa, che lo proteggerà nell’ora del periglio.


Cesare Maria De Vecchi nacque il 14 novembre 1884 a Casale Monferrato, in Provincia di Alessandria. Il padre Luigi è un notaio; la madre si chiama Teodolinda Buzzoni. Dopo aver frequentato il Liceo, si laurea in Giurisprudenza(1906) e, poco dopo, in Lettere e Filosofia (1908). Nel 1907 si sposa con Onorina Buggino e intraprende la professione di avvocato, ponendo la sua residenza a Novara sino al 1910 e quindi a Torino dove rileva uno studio di avvocato.

Allo scoppio della Grande Guerra nel 1914 decide di far valere il proprio diritto di diventare ufficiale che aveva acquisito nel 1904 surrogando il fratello Giovanni nel servizio militare e quale volontario di un anno diventando sergente il 24 Marzo 1905 nel 1o Reggimento Artiglieria da Fortezza. Combatte per tutto il quadriennio, ottenendo tre medaglie d’argento, due medaglie di bronzo e altre onorificenze minori e congedato definitivamente il 5 Marzo 1919 con il grado di Capitano.

Nel dopoguerra si lega a Mussolini, aderisce ai Fasci di combattimento (1919). Contribuisce in modo determinante alla strutturazione dell’apparato ideologico e sociale del PNF, teorizzando quell’unione di tutti i ceti e le istanze nazionali (appunto i fasci) per il bene supremo della Patria. Nel 1921 è, con Balbo e De Bono, Comandante Generale della Milizia; vivace organizzatore dello squadrismo piemontese, alla vigilia della Marcia su Roma viene nominato Quadrumviro della Marcia su Roma.

Col trionfo della Rivoluzione è subito membro del Gran Consiglio del Fascismo e partecipa al primo Governo Mussolini quale Sottosegretario per l'Assistenza militare e le pensioni di guerra e dall’8 marzo del 1923 quale Sottosegretario alle Finanze.

Il 3 maggio del 1923 si dimette da sottosegretario per contrasti con Mussolini e alla fine del 1923 viene nominato Governatore della Somalia e in quella posizione vi rimane per il periodo 1923-1928. Il 15 Ottobre 1925 diventa altresì Senatore del Regno. Durante il suo mandato coloniale amministra con mano ferma la Somalia, ponendo in atto notevoli operazioni di polizia, che fruttano tra l’altro l’annessione dei Protettorati Sultanali di Obbia e Migiurtinia. La sua durezza viene talora criticata, ma alle proteste rispose già nel suo “saluto ai Somali”: “Io sono il rappresentante del grande capo Mussolini e sono qui per eseguire i suoi ordini. So governare, perché ho governato e ho la mano dura. Non voglio commenti. Ciò che faccio, faccio bene. Questa Colonia non è che una tappa delle vie Imperiali che l’Italia si prepara a raggiungere”. Oltre all’azione militare, De Vecchi si impegna per la promozione e la crescita dell’agricoltura locale, in particolare col potenziamento della stazione agricola sperimentale di Genale e la messa a cultura di oltre 20000 ettari divisi in numerose concessioni. Grazie a questa attività si assiste ad un grande incremento della produzione cotone, della canna da zucchero, di banane. Per sfruttare al massimo la vocazione agricola della Somalia si iniziano ad impiegare tecniche moderne di aridocoltura che permettono di sottrarre terre alla desertificazione.

Allo scadere del suo mandato in Colonia, nel 1928, Presidente della Cassa di Risparmio di Torino carica che lascerà nel 1929 con la sua nomina ad Ambasciatore d’Italia presso il Vaticano. Egli ricopre la carica fino al 1935, anno in cui, alla vigilia del conflitto con l'Etiopia, è nominato ministro dell'Educazione Nazionale (24 gennaio 1935-15 novembre 1936), con il preciso mandato di perfezionare la fascistizzazione della scuola e dell'università, affinché marcino compatte con le falangi del Regime. Tra i provvedimenti presi in questo periodo vi è l’eccellente riorganizzazione della Gioventù Universitaria Fascista (GUF), dei Littoriali, delle manifestazioni studentesche. Tra le attività parlamentari di cui De Vecchi si occupa da segnalare altresì il lavoro per la determinazione degli enti che propongono i candidati alle elezioni politiche (1932), nonché quello per il perfezionamento del sistema corporativo (1934).

All’attività politica unisce quella culturale, divenendo Presidente dell'Istituto per la Storia del Risorgimento (agosto 1933) e Socio nazionale dell'Accademia dei Lincei (6 maggio 1935-4 gennaio 1946). Alla fine del 1936 diviene Governatore delle Isole Italiane dell’Egeo (Dodecaneso) carica che manterrà fino al 1940. In tale veste si occupa della promozione della cultura Italiana nelle isole, finanziando scuole e opere pubbliche, ma suscitando l’ira degli esponenti panellenici. Nel corso del suo mandato di Governatore riorganizza la difesa del Possedimento e alla fine del 1940 si dimette da Governatore per le divergenze di vedute sulla condotta della guerra sia con Mussolini che con gli alti comandi militari. Rimane senza incarichi sino al 20 Luglio 1943 quando viene nominato comandate della 215a Divisione Costiera schierata in Toscana.

Decide di votare a favore dell’ordine del giorno Grandi del 25 luglio 1943. Dopo l’armistizio dell’8 Settembre 1943 la sua Divisione ha scontri di notevole portata con le forze tedesche. Costretto a deporre le armi per ordini superiori, si reca a Torino, rifiutando di riconoscere la RSI. Nei primi giorni del mese di Ottobre 1943 si da alla macchia per evitare l’arresto da parte di membri della neonata rsi e viene aiutato dai salesiani riconoscenti per quanto lui aveva fatto per la santificazione del Fondatore e per le opere sue in giro per il mondo.

Viene nascono in varie strutture tra Piemonte e Valle d’aosta e dopo la guerra a Roma. Rinviato a giudizio anche dal Regno d’Italia diventata poi Repubblica Italiana, con un passaporto paraguagio si trasferisce in Argentina (15 Giugno 1947). Decide di rientrare in Italia nel giugno 1949 solo dopo che la Cassazione ha confermato la sentenza del 1947 che lo assolveva per tutti i capi d’accusa e lo condannava a 5 anni (con applicazione dell’amnistia) per la parte avuta nella Marcia su Roma e si stabilisce a Roma, dove, fortemente debilitato per la ormai malferma salute, si ritira a vita privata. Muore il 23 giugno 1959 nella Capitale all’età di 74 anni e mezzo.

(1884-1959)






domenica 4 ottobre 2009

NICOLINO BOMBACCI (1879-1945)

I PERSONAGGI DEL FASCISMO


NICOLINO BOMBACCI (1879-1945)

Come poter cominciare una storia su Nicola Bombacci, come poter introdurre e spiegare in un breve articolo la vita così intensa ed appassionata del più anomalo stretto collaboratore di Mussolini durante quei giorni goliardici della RSI?

Pochi di voi avranno mai sentito nominare il suo nome, nessuno, fuori dalla destra sociale ha la benché minima idea di chi sia questo personaggio. La risposta è che sono state gettate su di lui non solo le poche spanne di terra con le quali venne ricoperto il suo corpo straziato dopo l’infamia di Piazzale Loreto, ma egli fu condannato alla Damnatio memoriae da parte di tutto il mondo comunista e della sinistra in generale, in quanto egli è estremamente imbarazzante per quel mondo, e non solo. La sua figura e la sua storia sono la prova lampante che l’unico socialismo mai realizzato in Italia porti la firma di Benito Mussolini.

Quando gli uomini del così chiamato "Colonnello Valerio" consegnarono alla stampa l’elenco dei morti esposti a Piazzale Loreto, nell’ultima riga spuntava il nome del più sconosciuto fra i poveri corpi che subirono quello strazio, ossia Nicola Bombacci- SUPERTRADITORE.Cosa poteva aver mai fatto per meritarsi tale titolo, per meritarsi il silenzio, l’oblio del mondo politico tutto?

Nicola Bombacci era nato il 29 Ottobre 1879 a Civitella di Romagna, vicinissimo a Predappio, da una famiglia di coltivatori molto legati alla dottrina cattolica. Nicola crebbe in un ambiente perciò molto religioso, frequentò la scuola della parrocchia , e nel 1895, andò in seminario. Lasciò quella scuola nel 1900 e non rinnegò mai, nel suo cuore, gli insegnamenti cristiani di carità ai poveri e di servire gli oppressi, anche quando, da leader social-comunista faceva il mangiapreti e sfidava apertamente Dio e la chiesa. Nel 1903, ancora studente, si iscrisse al partito socialista, e diventò un convinto attivista , la sua abile retorica e la sua foga gli fecero strada nel campo politico aprendogli le strade per le più alte cariche di partito. Da notare sono le coincidenze che uniscono in modo così stretto Mussolini e Bombacci, così diversi, ma molto simili. Entrambi romagnoli, entrambi socialisti, entrambi maestri elementari, l’uno fondatore del partito fascista, l’altro del partito comunista, l’uno donnaiolo, l’altro monogamo, l’uno rissoso e cercaguai, l’altro timido e diplomatico. Due nemici amici, che, anche nei giorni dello squadrismo e durante il ventennio non smisero mai di provare profonda simpatia l’uno per l’altro. E durante i giorni della RSI tornarono assieme, come ai vecchi tempi, in nome di una socializzazione che si sarebbe potuta realizzare solo ora, solo ora che il fascismo si era depurato dalle plutocrazie monarchiche e borghesi che avevano cercato di sopprimere i grandi ideali sansepolcristi del ’19.Come abbiamo già detto Nicola Bombacci divenne una vera personalità nel mondo socialista romagnolo ed emiliano in seguito , fu a capo della sezione di Modena del partito socialista negli anni 1914-1915. Divenne rappresentante della corrente rivoluzionaria del PSI , che si opponeva ai moderati guidati da Turati , appoggiò le rivolte dei braccianti contro i mezzadri e, dopo la rivoluzione russa, come guida della delegazione italiana in unione sovietica in occasione dell’Internazionale, come membro del Comintern, e conoscente personale di Lenin, divenne l’”UOMO DI MOSCA”, il fidato fiduciario della Russia bolscevica in Italia. Nel 1921 assieme a Gramsci, fu fautore della scissione dal PSI da cui nacque in PC D’I, Partito Comunista d’Italia. Ma ormai, la fiducia di Mosca nei suoi confronti cominciò a diminuire, la sua influenza nel mondo politico italiano a spegnersi. Lenin stesso gli rimproverò : ”In Italia c’era un solo uomo capace di compiere la rivoluzione, Mussolini, e voi ve lo siete lasciati scappare”. Bombacci si rese conto ben presto che il partito comunista era una cloaca di intellettuali e filosofi che nulla sarebbero stati capaci di compiere.
Egli era il nemico numero uno degli squadristi del ‘20 e ’21, uno stornello dell’epoca diceva “ Me ne frego di Bombacci e del sol dell’avvenir, con la barba di Bombacci faremo spazzolini, per lucidar le scarpe a Benito Mussolini”; con forte derisione della lunga barba biondo scuro che teneva Nicola Bombacci.

Nicola era un comunista anomalo, e la sua rottura morale con il partito la si ebbe nel suo discorso al parlamento del 30 Novembre 1923, giorno in cui si discusse l’apertura dei commerci italiani con l’URSS. Bombacci parlò a nome della Russia in favore di questo patto, fece un discorso pieno di patriottismo verso l’Italia e parlò persino di “Unire le due rivoluzioni, quella bolscevica e quella fascista, entrambe antiborghesi, per una comune lotta contro le plutocrazie capitaliste”. Alla fine del suo discorso il deputato fascista Giunta gridò : ”Onorevole Bombacci, c’è una tessera fascista pronta per lei”.

Ciò che allontanò definitivamente Bombacci dal comunismo filosovietico, fu la svolta stalinista presa dopo i funerali di Lenin, a cui egli stesso partecipò. Dopo l’allontanamento dal comunismo anche in Italia, cadde in miseria. Era povero, realmente, era comunista, tenuto d’occhio dalle autorità, come “Elemento sovversivo”. Si sa che Mussolini intervenne sempre, in segreto, affinché non gli venisse torto un capello, durante gli anni dal 24 al 42. Anzi, nel 1930 si sa che Bombacci scrisse una lettera al Duce in cui gli spiegava la sua miseria. Mussolini gli procurò il lavoro, come responsabile dell’importazione di prodotti agricoli e del grano dalla Russia, risollevando le sue condizioni economiche. Nel 1936 gli permise persino di pubblicare una rivista, la “Verità”, di stampo chiaramente comunista, che ebbe un alto successo. Questo per coloro che vanno predicando la “Terribile persecuzione contro la libertà di stampa perpetuata dai fascisti”. Nicola Bombacci si avvicinò sempre di più al fascismo anche se non arrivò mai a definirsi tale.

L’8 Settembre 1943 Bombacci era a Roma e visse le tribolazioni nell’ombra, scrutando gli avvenimenti con attenzione. Quando sentì Il suo amico Mussolini parlare di “Repubblica SOCIALE italiana “ ebbe un moto nell’animo che lo spinse al nord, vicino al suo amico, nella ricerca di quella repubblica socialista che aveva tanto sognato.L’ arrivo di Bombacci come collaboratore giunse a Mussolini come una pioggia fresca dopo mesi passati nel deserto. Passavano serate assieme passeggiando sulle rive del lago, Bombacci girava per le città parlando ai lavoratori, infiammando le piazze, chiamandoli con una parola che era stata tabù per vent’anni ”Cari compagni, a cui aggiungeva un Cari camerati”. I lavoratori lo amavano, anche se sia lui che loro sapevano che ormai era troppo tardi. Catturava la simpatia dei fascisti salendo sul palco fischiettando “Me ne frego di Bombaci e del sol dell’avvenir” : “Eccomi quà”.Nicola Bombacci fu il fautore, assieme a Mussolini e a Angelo Tarchi, della legge sulla socializzazione , approvata il 12 Febbraio 1944. Questa legge rivoluzionava l’intero sistema borghese dell’epoca.

Conteneva norme sulla statalizzazione di molte grandi aziende, norme sulla nomina del sindacato, l’assegnazione degli utili ai lavoratori ecc. Ai tedeschi questa norma non piacque affatto, ma al momento avevano altro a cui pensare. I fronti stavano retrocedendo pericolosamente verso i confini della Germania, e poi vi era il problema della deportazione degli ebrei, enormemente frenata in Italia grazie alla RSI.

Si sa che la massa ormai era arrabbiata con i fascisti. Gli operai ormai erano già stati indottrinati da un anno dai membri del CLN, e purchè applaudissero Bombacci, quando votavano alle urne per eleggere i rappresentanti del consiglio di gestione aziendale, venivano eletti Greta Garbo o Henry Ford.

Si giunse infine al fatidico Aprile 1945. Verso sera, nel cortile della prefettura di Milano vi è un gran fuggi fuggi. Uomini si tolgono le divise e si vestono in borghese, molti documenti vengono bruciati. La macchina con Mussolini era già pronta, Nicola voleva seguirlo fino in fondo. Il piano era di raggiungere Como, e poi la Svizzera o il Brennero. Probabilmente anche loro sapevano che non sarebbe stato possibile. Nicola Bombacci salutò con cordialità e con il suo solito umorismo romagnolo Vittorio Mussolini, e gli altri, mostrando una serenità che, in quella situazione, dava coraggio.

La presenza di Mussolini e Bombacci nella colonna tedesca fu poi scoperta a Dongo grazie al tradimento dei crucchi che rivelarono tutto in cambio della possibilità di proseguire il viaggio verso casa. Oltre a Bombacci e Mussolini furono arrestati Barracu, Zerbino, Pavolini, Casalinovo, Utimpergher e altri. Pavolini sapeva di non avere speranze di vita. Egli era il capo delle brigate nere, il corpo che più duramente contrastò la guerriglia partigiana e che inflisse le più dure perdite alle brigate Garibaldi. Gli altri fra cui Bombacci, avevano speranza di vita, in fondo non avevano fatto nulla in particolare. Eppure la sentenza di morte arrivò indiscriminatamente per tutti.

Furono fucilati a Dongo, sul lungolago. Anche prima della fucilazione, Bombacci continuò a fare battute di spirito, e quando le decine di colpi di mitra gli vennero scaricate addosso, prima di morire gridò “Viva Mussolini, viva il socialismo”.Questa fu la vita del supertraditore. Quest’ uomo rappresenta per tutta la destra sociale e proletaria quella terza via che a lungo siamo andati cercando, e che potremmo trovare, forse, guardando con occhi sinceri e cuore onesto la vita di quel maestro elementare romagnolo la cui esistenza ed esecuzione sono prove lampanti che si può uscire dagli schemi, che esiste un’altra strada, fra il marxismo, il liberalismo e le varie dottrine affariste del centro. Basta porsi con fede di fronte ai sentimenti del proprio cuore, per vederla, e per cercare di inseguirla. Lui ha pagato con la morte questa scelta, facciamo in modo che il suo sacrificio non sia stato vano.

(1879-1945)

giovedì 1 ottobre 2009

MICHELE BIANCHI (1883-1930)

I PERSONAGGI DEL FASCISMO

MICHELE BIANCHI (1883-1930)

Padre del Sindacalismo Fascista, fu Quadrumviro in rappresentanza di tale ala del Fascismo. Organizzatore brillante ed esperto dei lavori pubblici, morì prematuramente, ricordato da tutti come eccellente e zelante Ministro.


Nato il 22 luglio 1883 da Francesco e Caterina a Belmonte Calabro, nel Cosentino, frequentò il liceo a Cosenza, e a Roma si iscrisse alla facoltà di legge. Per dedicarsi all'attività politica, lasciò gli studi e divenne redattore dell'Avanti e dirigente dell'Unione Socialista Romana. Nell'aprile del 1904 partecipò a Bologna al congresso socialista come delegato ed esponente della fazione sindacalista. A metà del 1905, resosi ormai acuto il contrasto tra i sindacalisti e il resto del partito, si dimise dall'Avanti, allora diretto da Ferri, assieme ad altri redattori, motivando la decisione in un articolo sul Divenire Sociale del giugno 1905 che può essere considerato uno dei manifesti fondamentali del sindacalismo italiano.

Il 1° luglio 1905 Michele Bianchi assunse, per qualche mese, la direzione di Gioventù Socialista (organo della Federazione Nazionale Giovanile Socialista) organizzando una vasta campagna antimilitarista. Per tale fatto, fu deferito all'autorità giudiziaria e condannato. Nel dicembre si trasferì a Genova, come segretario della locale Camera del Lavoro, e assunse la direzione di Lotta Socialista. L'acquisizione della nuova carica comportò la creazione a Genova di un'altra Camera del Lavoro da parte dei socialisti antisindacalisti, frutto dell'estrema tensione a cui era ormai pervenuta anche all'interno del movimento operaio locale la lotta di fazione. In questa situazione Bianchi svolse sin dall'inizio un'intensa attività giornalistica ed organizzativa per conquistare alla corrente sindacalista l'egemonia sul proletariato locale, e diresse, per tutto il 1906, numerose agitazioni. Il Bianchi ebbe una parte di qualche rilievo al congresso socialista di Roma dell'ottobre 1906 dove propose un ordine del giorno antimilitarista, nettamente bocciato. Egli denunciò quindi i limiti della politica antimilitarista del partito socialista, rivolta unicamente alla riduzione delle spese improduttive. Come segretario della Camera del Lavoro di Savona, dove si era trasferito, Bianchi diresse numerose lotte rivendicative e di protesta locali, alcune coronate da successo. Ebbe inoltre una parte di rilievo nelle vicende che condussero alla scissione dei sindacalisti dal partito socialista, avvenuta prima al congresso giovanile socialista di Bologna nell'aprile 1907, e poi al primo congresso sindacalista tenuto a Ferrara nel luglio dello stesso anno. A Ferrara si trasferì per qualche mese nel 1907, per riorganizzare le file del movimento sindacale in un vero e proprio Partito Sindacalista, indebolito però dall'arresto di numerosi dirigenti locali in seguito allo sciopero del marzo-giugno nell'Argentario. Nel maggio del 1910 Michele Bianchi tornò a Ferrara, assumendo la carica di segretario della Camera del Lavoro e la direzione del periodico La Scintilla, che mantenne fino alla metà del 1912. Convinto assertore dell'unità proletaria almeno a livello locale, egli si prodigò a rinsaldarla anche sul piano politico, riuscendo a ricostituire una lista unica tra sindacalisti e socialisti per le elezioni arnministrative del 1910. Nel dicembre del 1910, fu tra i protagonisti del secondo Congresso sindacalista di Bologna con un ordine del giorno contrario alla pregiudiziale antielettorale, che fu respinto perché ritenuto non rispondente al genuino spirito sindacalista. Il Bianchi annunciò allora di voler costituire un nuovo partito, l'Unione Sindacalista Italiana. Ma l'iniziativa del Bianchi non ebbe sviluppo e ciò fu oggetto di un ampio dibattito sulla Scintilla e di un convegno tra numerose organizzazioni economiche del Ferrarese e del Bolognese. Nel 1911 diresse le agitazioni nel Ferrarese per la costituzione degli uffici di collocamento e la revisione dei patti colonici, cercando di frenare le manifestazioni degli scioperanti più scalmanati, suscettibili di rendere più difficile la via dell'accordo, e deferendo infine la composizione della vertenza ad un arbitrato prefettizio.

Alla fine del 1911 il Bianchi poteva fare un bilancio nettamente positivo delle forze aderenti alle sue direttive in quanto l'unità tra le varie tendenze e tra le varie categorie del movimento operaio ferrarese aveva resistito alla prova, portando gli aderenti alla Camera del Lavoro di Ferrara dai l4.000 della fine del 1909 ai 34.000 dell'11. Forte di questo successo, il Bianchi decise la trasformazione della Scintilla da settimanale a quotidiano. Ma l'iniziativa non resse alle difficoltà finanziarie. La pubblicazione quotidiana del giornale durò infatti soltanto dall' aprile all' agosto del 1912. Incriminato per un articolo eccessivamente denigratorio della guerra libica, contro la quale aveva organizzato agitazioni, il Bianchi nell'agosto 1912 riparò a Trieste, allora austriaca, dove entrò a far parte della redazione del Piccolo. Espulso dalla città alla fine dello stesso anno per propoganda filo-italiana, tornò a Ferrara per un'amnistia, e qui diresse la Battaglia, un giornale fondato in vista delle elezioni politiche, alle quali si presentò candidato di un effimero Partito Sindacale, senza successo. Al congresso delle organizzazioni sindacali del Ferrarese, tenuto il 27-28 dicembre del 1913, dopo che i sindacalriformisti avevano deciso di organizzarsi separatamente dai sindacalisti, gli veniva nuovamente offerta la carica di segretario della Camera del Lavoro sindacalista, che però rifiutò. Trasferitosi a Milano, divenne uno dei dirigenti della locale Unione Sindacale, che era aderente all'omonimo organismo nazionale.

Scoppiato il conflitto europeo, il Bianchi si schierò nettamente per l'intervento dell'Italia contro gli Imperi Centrali, e, visto vano ogni tentativo di allineare su questa posizione l'intera Unione Sindacale Italiana, decise di secedere da tale organismo, fondando con la maggior parte degli iscritti milanesi e parmensi, il 5 ottobre 1914, il Fascio Rivoluzionario d'Azione Internazionalista, di cui divenne Segretario, firmando il manifesto detto “appello ai lavoratori d'Italia”. In esso egli invocava l'immediato intervento dell'Italia per rendere più sollecita e decisiva la vittoria dell'Intesa, inaugurando il sindacalismo rivoluzionario interventista. Nel dicembre 1914 il FRAI si trasformò in Fascio d'Azione Rivoluzionaria e il Bianchi fu tra i promotori del congresso nazionale di Milano del 24-26 gennaio 1915, allo scopo di coordinare le iniziative dei vari fasci locali. Partecipò alle agitazioni milanesi del 31 marzo per l'immediato intervento dell'Italia. Fu in tali circostanze che trovò unità d'intenti con Mussolini.Dichiarata la guerra, riuscì nonostante la malferma salute ad arruolarsi come volontario, col grado di sottufficiale prima nella fanteria e poi nell'artiglieria. Per impedire uno sgretolamento del fronte interventista, causato e dalla carenza delle direttive di governo e dall'azione neutralista, riunì a Milano, il 21-22 maggio, un congresso dei Fasci d'azione rivoluzionaria. A ostilità concluse, il Bianchi fu per breve tempo Redattore capo del giornale di Mussolini, il Popolo d'Italia, dove per lo più si occupò di questioni sindacali, insistendo sul problema dell'unificazione dei vari organismi esistenti, da realizzarsi al di fuori di ogni tutela dei partiti. Sansepolcrista, come membro del Fascio milanese, fu, durante l'adunata di piazza S. Sepolcro del 23 marzo 1919, nominato membro del comitato centrale dei Fasci di combattimento. Ai primi di ottobre fu inviato da Mussolini a Fiume, per dissuadere D'Annunzio dal proposito di intraprendere una marcia all'interno del paese. Fu in questa occasione che D'Annunzio autorizzò Mussolini, attraverso il Bianchi, a utilizzare per la campagna elettorale Fascista parte dei fondi raccolti per Fiume. Si preparava intanto la trasformazione del movimento Fascista in partito, e il Bianchi vi collaborò attivamente. Nell'agosto 1921 partecipò all'istituzione della scuola di propaganda e cultura Fascista, e vi tenne la conferenza inaugurale. Costituitosi il Partito Nazionale Fascista nel novembre 1921, il Bianchi fu eletto membro del comitato centrale, e quindi, come uomo di fiducia di Mussolini, Segretario Generale e membro della commissione incaricata di elaborare il programma-statuto del partito.

Al Bianchi furono affiancati quattro vice segretari, A. Starace, P. Teruzzi, A. Bastianini e A. Marinelli costituendo in tal modo l'unione di tutte le correnti del partito, di cui Bianchi costituiva l'ala sindacalista. Tra i membri della segreteria si sarebbe così costituita ben presto una fitta rete di collaborazione che avrebbe portato il Fascismo al trionfo.L'attività del Bianchi come dirigente del Partito è anche contraddistinta, in questo periodo, da una sottile politica mediatrice, tale da permettergli di sottoporre le manifestazioni periferiche dello squadrismo a un più severo controllo del centro, costituendo un ispettorato centrale delle squadre di combattimento. Nella primavera-estate del 1922 lo scatenarsi dell'offensiva squadrista in tutto il Regno trovò il Bianchi in prima linea: così il 29 maggio, in occasione delle manifestazioni Fasciste bolognesi contro il Prefetto, ordinava il passaggio dei poteri dai direttori dei Fasci locali ai Comitati d'azione e annunciava il proprio trasferimento a Bologna. Proclamato dall'Alleanza del lavoro lo sciopero legalitario per il 1° agosto, il Bianchi inviava a tutte le federazioni una circolare con la quale ordinava la mobilitazione delle squadre e la loro entrata in azione se lo sciopero non fosse cessato entro quarantotto ore, informando inoltre di persona il governo e il Re circa i propositi Fascisti.

Alle riunioni del comitato centrale, della direzione, del gruppo parlamentare Fascista e della presidenza della Confederazione delle corporazioni del 13 agosto, il Bianchi prospettava l'alternativa tra ascesa al potere con nuove elezioni o per la via rivoluzionaria, dichiarandosi, con Balbo e Farinacci, favorevole all'ultima soluzione. Decisa la Rivoluzione, il Bianchi svolse un compito di primo piano nella preparazione della Marcia su Roma. Da una parte, fu sua cura organizzare più saldamente il partito e allargarne l'influenza anche nelle regioni meridionali; dall'altra, funzionò da spalla di Mussolini nei contatti con le varie forze politiche, compresi gli esponenti del governo Facta. Nominato, in quanto Segretario del partito e rappresentante dell'ala sindacale, membro del Quadrunvirato con De Vecchi, De Bono e Balbo, partecipò il 24 ottobre alla riunione dell'albergo Vesuvio di Napoli, dove vennero concordate le ultime misure (la sagra di Napoli). Tornato a Roma si adoperò, di concerto col Re, affinché fossero sventate manovre parlamentari, e per dirimere le ultime incertezze da parte Fascista. La Rivoluzione fu così un trionfo.

Mussolini, incaricato di formare il nuovo governo, suscitò subito l'accesa protesta del Bianchi contro l'eccessiva larghezza della coalizione, essendo in particolare contro i Popolari. Presentò perciò le dimissioni da Segretario del partito, che non furono accettate. Il 4 novembre Bianchi assumeva la carica di Segretario Generale al Ministero degli Interni, lasciando quindi la segreteria del partito, che venne divisa in due e diminuita d'importanza: una politica (Bastianini e Sansanelli) e un'altra amministrativa (Marinelli e Dudan) con direzione di Sansanelli. Come membro del Gran Consiglio del Fascismo, Bianchi fece parte di una commissione incaricata di elaborare la nuova legge elettorale, il cui progetto fu presentato e approvato il 25 aprile dal Gran Consiglio stesso. Sempre nell'ambito del Gran Consiglio il Bianchi fece anche parte di una commissione incaricata di dettare norme precise per una maggiore valorizzazione delle forze sindacali e tecniche del Fascismo. Bianchi fece parte quindi della cosiddetta pentarchia, incaricata di redigere il listone per le elezioni politiche dell'aprile 1924, nelle quali fu eletto Deputato per la circoscrizione calabro-lucana.

Il 14 maggio rassegnò le dimissioni dalla carica di Segretario generale del ministero degli Interni per incompatibilità con quella di Deputato. Contemporaneamente, in qualità di membro della commissione incaricata di elaborare la riforma del regolamento della Camera, presentò un progetto che prevedeva, tra l'altro, una procedura abbreviata per le discussioni parlamentari, allo scopo evidente di restringere le funzioni del Parlamento. Il 3 giugno, in risposta al discorso della Corona, volto a stemperare le tensioni, si fece portavoce presso il Re della volontà normalizzatrice del governo. Il 31 ottobre 1925 fu nominato alla carica di Sottosegretario di Stato ai Lavori pubblici con compiti specifici per le regioni sottosviluppate, rivolgendo gran parte della propria attività al potenziamento economico della natia Calabria, ottenendo strepitosi risultati. Trasferito il 13 marzo 1928 al Sottosegretariato deI Ministero dell'Interno, partecipò all'attuazione già in corso dell'ordinamento podestarile, alla riforma dello stato giuridico dei segretari comunali, al riordinamento dell'organismo della Provincia, al rinvigorimento della politica sanitaria ed assistenziale. Il 12 settembre 1929 il Bianchi (che era stato rieletto Deputato), venne elevato alla carica di Ministro dei Lavori Pubblici, dove mise a disposizione della Nazione le sue esperienze calabresi. Ma, contemporaneamente, le sue condizioni di salute, già da tempo precarie per una grave malattia, peggiorarono irrimediabilmente portandolo alla morte prematura, a Roma il 3 Febbraio 1930.

Il Bianchi è ricordato ancor oggi come grande politico soprattutto in Calabria, dove vi sono vie e piazze a lui dedicate, nonché busti e monumenti. Tra questi si annovera una stele posta su un poggio, presso il suo paese natio Belmonte Calabro, visibile percorrendo l'autostrada A3. In essa si ricorda il suo impegno per la Calabria e per tutti i lavoratori, gli umili e i diseredati italiani.

(1883-1930)